Ago
27

Image Hosting by imagefra.me«Gli italiani si sentono insicuri e così ricorrono sempre più all’aiuto dell’ipnosi per superare le difficoltà nel lavoro, nelle relazioni personali, nell’amore e persino nel sesso. E’ il risultato di una indagine realizzata dal Cenispes (Centro italiano di studi politici, economici e sociali) per conto della “Accademia internazionale Stefano Benemeglio della discipline analogiche”, su un campione di 4mila persone tra i 18 e i 65 anni, distribuite in tutta la penisola, secondo la quale nel primo semestre del 2009 gli italiani che hanno deciso di ricorrere all’ipnosi sono più che raddoppiati (+108%) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
A spingere gli italiani ad affidarsi alle mani di un esperto di ipnosi, spiega il Cenispes, sono soprattutto le difficoltà nei rapporti sentimentali. Tra quelli che ricorrono a questa pratica, infatti, oltre uno su quattro (27%), lo fa per superare i problemi di coppia. Ma in molti casi si sfrutta l’ipnosi anche per smettere di fumare. E’ la necessità di sentirsi più forti e più sicuri di sè, spiega il Cenispes, a muovere chi fa questa scelta, perché non si sente in grado di farcela da solo. E se questa è la motivazione per il 23% delle persone, un altro 20% lo fa per aiutarsi a individuare la strada per la realizzazione nella vita. Uno schema confermato a Roma, dove la maggior parte delle persone che ricorrono all’ipnosi lo fanno per migliorare la relazione di coppia (31%), ma rovesciato a Milano, dove prevale invece la ricerca dell’affermazione professionale (33%). Il sesso è invece al primo posto a Napoli, dove a spingere all’ipnosi è il tentativo di migliorare la propria vita sessuale. A Firenze vince la ricerca di una maggiore sicurezza e autostima (30%), mentre a Bologna è la realizzazione nella vita, con il 36%, a spingere verso l’ipnosi. “Migliorare l’aspetto fisico, crescere professionalmente, fare l’amore più spesso, recuperare l’ex-partner di un tempo. Tutto è possibile: il segreto - spiega il fondatore della ‘Accademia’ - sta tutto nell’impegnarsi per cercare di recuperare l’equilibrio e l’armonia, risolvendo i problemi che di volta in volta si presentano”».

(LA 7 - in “Notizie Cronaca”)

Mar
17
Filed Under (Psicologia) by Hadraniel on 17-03-2009

Scarabocchi, la vendetta:
aiutano a concentrarsi

Uno studio inglese rivela che quei disegni aumentano del 29% la capacità di seguire un discorso.

<b>Scarabocchi, la vendetta<br/>aiutano a concentrarsi</b>Scarabocchio di Manzoni

LONDRA - Siete il genere di persona che alle riunioni con il capufficio, oppure in classe mentre il prof fa lezione, o nelle telefonate in cui c’è più da ascoltare che da parlare, prende in mano una penna o una matita e scarabocchia distrattamente ghirigori su un foglio di carta? Be’, se il capufficio, il prof o chiunque altro vi sorprende in flagrante, se ne esce con frasi del tipo “smettila di distrarti a quel modo e presta attenzione a ciò che dico”, adesso potete zittirlo con il supporto della scienza: spiegando che riuscite a stare attenti proprio grazie a quei disegnini senza senso.
Più attenti, concentrati e mnemonici, in effetti, di chi gli scarabocchi mentre gli altri parlano non li fa. Lo afferma un esperimento condotto da ricercatori del reparto scienze cognitive del Medical Research Council della Cambridge University. Scarabocchiare mentre si ascolta, affermano gli studiosi, aiuta a ricordare i dettagli: dunque l’esatto contrario del diffuso luogo comune secondo cui lo scarabocchio spinge la mente a perdersi nel vuoto.
Per verificarlo, gli scienziati inglesi hanno dato un banale compito ripetitivo, in pratica disegnare scarabocchi, a un gruppo di volontari che doveva contemporaneamente ascoltare un noioso messaggio telefonico. Confrontando la capacità di ricordare il contenuto del messaggio con un gruppo di ascolto che non era stato invitato a scarabocchiare, si è scoperto che lo scarabocchio aumenta la memoria del 29 per cento. Interrogati al termine dell’esperimento, senza sapere in che cosa consisteva o cosa cercava di misurare, coloro che scarabocchiavano hanno ricordato mediamente 7,5 nomi di persone, di luoghi e altri dettagli secondari del messaggio, mentre coloro che non scarabocchiavano ne hanno ricordati soltanto 5,8.
“Se una persona svolge un’attività passiva, come quella di ascoltare una noiosa conversazione telefonica, può cominciare a sognare ad occhi aperti”, commenta il professor Jackie Andrade, della facoltà di psicologia dell’università di Plymouth. “E sognare a occhi aperti induce a distrarsi da quello che si sta facendo, con il risultato che lo fai meno bene. Svolgere contemporaneamente un semplice compito, come appunto è scarabocchiare, può essere sufficiente a interrompere il sogno a occhi aperti senza compromettere la prestazione che si sta compiendo”.
In parole povere, scarabocchiare permette di non distrarsi e aiuta a seguire meglio il filo del discorso.
Non è la prima volta che vengono messi in luce i benefici dello scarabocchio. Un libro diventato un best-seller in Francia e pubblicato anche in Italia nel 2007, “Quaderno di scarabocchi per chi si annoia in ufficio”, sostiene che scarabocchiare è una terapia anti-stress, fornendo perfino un sito Internet, www.swarmsketch.com, per chi desidera farlo sul web anziché su carta. In un altro volume, uscito nel nostro paese nel 2005, “I disegni dell’inconscio”, gli psicologi Evi Crotti e Alberto Magni elencano sei diverse categorie di scarabocchi, ciascuna rivelatrice di un particolare stato d’animo: per cui ad esempio chi tratteggia labirinti sta cercando una via d’uscita da una situazione di stallo, chi disegna palme vorrebbe trovare un’oasi di pace, chi fa schizzi di un’automobile rivela un desiderio erotico non soddisfatto.
Lo scarabocchio, del resto, è vecchio come l’uomo: ci guarda dalle pareti delle caverne della preistoria, rispecchia l’animo del genio nei taccuini di Leonardo da Vinci, diventa pop-art nei moderni graffiti di strada. E poi ci sono gli scarabocchi d’autore: le spirali di Balzac, gli anelli di Beethoven, gli animali immaginari di Malraux. Senza dimenticare gli scarabocchi tracciati da molti dei nostri deputati durante le sedute alla Camera: sebbene venga il sospetto che, nel loro caso, lo facciano sperando effettivamente di distrarsi, mica per prestare più attenzione.

(Scienze-articolo di Enrico Franceschini)

BUON DIVERTIMENTO!

Feb
24
Filed Under (Psicologia) by Hadraniel on 24-02-2009

Image Hosting by Picoodle.comAlcuni ricercatori stanno sfatando quella generica opinione secondo la quale le lacrime sono uno sfogo liberatorio. Fino ad ora era opinione abbastanza comune che il pianto avesse un risvolto psicologico di purificazione, addirittura di catarsi; ma questo tipo di opinione risulterebbe ora incompleta e fuorviante. Uno studio americano rivela che l’effetto benefico del pianto, quando c’è, dipende dallo stato psicologico del soggetto in questione e soprattutto dal comportamento delle persone che gli sono attorno in quel frangente. Il tornaconto più ovvio (e anche il più ricercato) del pianto è quello di ottenere sostegno, ma l’emotività che fa scaturire le lacrime deve fare i conti anche con le reazioni delle altre persone.
Da questa ricerca è emerso, per esempio, che piangere in presenza di una sola persona ha un effetto “risolutivo” migliore che non il pianto davanti a un gruppo di persone.
E’ pur vero che alcuni individui sono più portati di altri a sperimentare una sorta di catarsi liberatoria, durante le crisi di pianto; ma si è anche scoperto che le persone che presentano accenni di depressione o di ansia beneficiano solo per qualche attimo della momentanea interruzione (data dal pianto) del flusso di pensieri, ed hanno più difficoltà a ritornare ad uno stato psicologico normale.
Pare che l’esperienza del pianto abbia radici nella prima infanzia. Chi ha avuto genitori amorosi ed accudenti tende, da adulto, a pensare che il pianto dia sollievo; se invece i genitori avevano avuto reazioni sgradevoli alle lacrime del bambino, nell’adulto ci saranno molte più difficoltà ad avere sollievo dalle lacrime.
Considerando poi che il pianto, in un bambino, è sempre un modo per chiedere attenzioni, un adulto insicuro e dubbioso sulla risoluzione delle sue sofferenze può rimanere anche tutta la vita intrappolato in quel meccanismo di protesta che è il pianto.
Perciò, lungi dall’essere certi che “farsi un bel pianto” possa sempre far ritrovare l’equilibrio perduto, continuiamo pure a far sgorgare dalla nostra anima queste bagnate emozioni, inondando nascite e funerali, matrimoni e separazioni, amori e canzoni, ma ricordando che l’unico beneficio sicuro sarà quello di rendere, per qualche attimo, più luminosi e iridescenti i nostri occhi.

Feb
16
Filed Under (Psicologia) by Hadraniel on 16-02-2009

Image Hosting by Picoodle.com…e tu lo sai che ti sento. Sia che tu mi sia vicino, sia che tu sia distante.

La parola “empatia”, dal greco en “dentro” e pathos “sentimento”, è la capacità di offrire la propria attenzione ad un’altra persona, mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri personali, immedesimandosi senza sconfinare nell’identificazione. E’ quella caratteristica che fa accettare ogni aspetto dell’altra persona, ogni sentimento espresso o non espresso, ma senza nessun tipo di giudizio. Soltanto grazie a questa assenza di giudizio si potrà avere una comprensione empatica di quanto l’altro “sente”, e allora l’incontro sarà un incontro evolutivo, di due anime che comunicano e che si comprendono.
Entrando in relazione empatica con gli altri impariamo una grande lezione di umiltà e di amore incondizionato, dalla quale potremo trarre molto giovamento, e uscirne addirittura arricchiti e trasformati. La natura umana è un organismo fatto di corpo, emozioni e spirito, all’interno dei quali circola una grande forza, una grande energia interiore; questa forza, oltre ad essere l’indispensabile spinta vitale di tutti gli organismi viventi, è anche la base dell’evoluzione, sia dell’uomo che della natura.
Fai della tua vita una serie infinita di incontri empatici, trasformala in un flusso continuo di sensazioni e di partecipazioni condivise. Diventa un “innamorato” della vita e di tutto ciò che vive; aprirai così il tuo spirito alla ricerca della verità e di quell’Energia Infinita da cui tutto proviene.

E’ questo il segreto dei grandi terapeuti:

Image Hosting by Picoodle.com

E dei grandi leader:

“Cosa state aspettando?” chiese ad un gruppo di persone assiepate lungo una strada. “Non sai? Un grande re passerà di qui e vogliamo vederlo.” “Un grande re? E quanti re ha fatto?” chiese lui. “Un re fare altri re?” gli replica l’uomo attonito. Ma il giovane lo guarda e dice: “Quelli che voi considerate re non lo sono. Un vero re è colui che fa diventare tutti re. È colui che governa la propria vita ma non la vita degli altri, e invece li aiuta a governarsi da sé. Venite con me e vi dirò il segreto per diventare dei veri re”.
E insieme giunsero in un’altra località, dove tanta gente stava intorno ad una statua. “Chi rappresenta?” chiese il giovane sadhu. “Non sai che questo è il nostro grande leader? Gli stiamo rendendo omaggio nel giorno della sua nascita”. “Un grande leader? E quanti leader ha fatto?” L’uomo, confuso dalla domanda, gli ribatté dubbioso: “Un leader fare altri leader? Questo è un leader perché ha dato vita a un buon sistema sociale e milioni di persone sono diventati suoi seguaci”. Allora il giovane spiegò: “Un vero leader è colui che fa diventare tutti leader. Un vero leader sa che ogni persona è un potenziale leader in grado di governare la propria vita. Un vero leader non dice “Seguitemi”, ma “Seguite voi stessi”. Venite con me e vi dirò il segreto per essere anche voi dei grandi leader”.

(racconto buddhista)

Feb
11
Filed Under (Psicologia) by Hadraniel on 11-02-2009

Image Hosting by Picoodle.comIl massimo della nostra evoluzione è andare oltre quelle tre naturali personalità che vengono definite come “bambino, adulto e genitore”. E’ superando queste tre istanze interiori che possiamo diventare dei buddha. Ma solo questo non basta, perché per mantenere lo stato di buddhità raggiunto bisogna capire alcune cose.
La prima è che la propria serenità deve essere messa al di sopra di qualsiasi altra cosa; non si possono aiutare gli altri se si sta male. Essere sereni vuol quindi dire essere efficienti. La seconda cosa da capire è che la sofferenza proviene da tre cause interiori: le aspettative, le paure, i sensi di colpa. E da questo si comprende che nessuno può far soffrire nessuno.
Se però ci fermassimo qui saremmo soltanto delle persone adulte ed autosufficienti, in grado sì di gioire di ogni situazione, ma non saremmo ancora degli Illuminati. Perché la caratteristica fondamentale di un buddha è la serenità, che si realizza solo attraverso l’amore universale. Soltanto con l’amore universale la nostra vita si riempie di pace e di gioia.
Amore universale vuol dire acquisire coscienza dell’universo al quale apparteniamo, vuol dire “diventare l’universo”. Tutti i mistici e tutti gli Illuminati è proprio questo che hanno scoperto e sperimentato: noi non siamo altro che cellule di un universo eterno, infinito e in continua trasformazione.
Ma come possiamo sviluppare in noi l’amore universale? La chiave d’accesso è la “compassione”. Soltanto la compassione fa nascere dentro di noi l’Amore Vero. Ed è la “comprensione” che permette alla compassione di emergere. Si dice che Siddharta stesso “vide che comprensione e amore sono un’unica cosa, e che senza comprensione non vi può essere amore”.
Ma cosa significa comprensione? Per “comprendere” bisogna conoscere; quindi comprensione vuol dire conoscenza: conoscenza della vita e della sofferenza degli altri. E quando si viene a conoscenza di questo non si può fare a meno di provare compassione, compassione per la sofferenza…..la stessa compassione che proviamo per noi stessi.
Imparare ad amare se stessi, ad accettarci, a perdonarci, ad avere compassione per i nostri sogni e per le nostre delusioni, vuol dire imparare ad amare gli altri. E’ questo l’Amore: vedere noi stessi nell’altro, identificarci con l’universo che ci circonda; e allora il fiore dell’amore universale sboccerà, spontaneamente, nel nostro cuore.

Dic
14
Filed Under (Psicologia) by Hadraniel on 14-12-2008

Image Hosting by Picoodle.comVi piacciono i giochi da tavolo? Si avvicinano le feste di fine anno e molti hanno l’abitudine di riunirsi con amici o parenti per giocare a carte, o ai variopinti giochi di società, o alla tradizionale tombola. Ma scommetto che non vi siete mai chiesti il perché di alcuni comportamenti che scaturiscono in quelle occasioni.

Ecco dunque per voi una piccola curiosità: una breve esposizione delle principali caratteristiche di noi “umani razionali” quando ci dedichiamo al passatempo dei giochi; provate a riconoscerle nelle persone che frequentate, è un modo come un altro per scherzare e ridere stando insieme.

Per cominciare a capire dobbiamo pensare che tutto dipende dalla libido dell’essere umano, la quale si colloca prevalentemente nella sfera mentale, e fa distinguere i giocatori in tre tipi principali: l’erotico, il narcisista, e l’ossessivo.

L’EROTICO

I bisogni erotici prevalgono. Questo tipo di giocatore si può addirittura ammalare se una partita viene rinviata, se non può partecipare perché non è abbastanza bravo, se un gioco all’aperto viene sospeso per il maltempo, o altro ancora. In ogni caso di impedimento la persona va incontro ad uno stato depressivo e diventa praticamente inconsolabile.

IL NARCISISTA

In questo giocatore c’è scarsa tensione fra ego e superego, quindi i suoi bisogni erotici non prevalgono sugli altri bisogni. Questa persona vive in un bozzolo dorato dove si abbandona a fantasie relative alla sua sconfinata abilità, al suo fascino, alla sua eleganza e ovviamente alla sua sicura vincita.

L’OSSESSIVO

E’ il tipo più comune. Si cruccia continuamente per il suo gioco ed è quasi sempre convinto che avrebbe potuto far meglio. Tende a colpevolizzarsi per aver fatto perdere il suo compagno di gioco, ma in realtà adora preoccuparsi, perché gli è difficile provare un vero interesse per qualsiasi cosa, sia una persona, una disciplina o un’attività. I suoi accessi di delusione e frustrazione in realtà non sono che forme ben mascherate e altamente sublimate di un frenetico erotismo. L’ossessione diventa un sostitutivo del simbolo sessuale e offre alla persona un trionfo simbolico sulle sue paure.

Dic
04
Filed Under (Psicologia) by Hadraniel on 04-12-2008

Image Hosting by Picoodle.comVi sono due tipi di desiderio: il desiderio dei piaceri sessuali e il desiderio narcisistico di sicurezza, ovunque la si possa trovare: nella vita o nella morte.
Nel principio del piacere primordiale, e nel suo prolungarsi, sia Buddha che Freud rilevano gravi disordini emotivi, collegati al fatto che in origine qualsiasi bisogno veniva soddisfatto come per incanto dalla madre, dando al bambino un senso di onnipotenza. Perciò alla base del desiderio lavora un narcisismo che vuole ottenere oppure evitare all’istante. I piaceri dei sensi (di tutti i 6 sensi) distolgono la mente dalle situazioni che creano angoscia, ma così facendo creano una dipendenza, perpetuando proprio quell’insoddisfazione per alleviare la quale vengono usati.
Il desiderio si basa sui due poli del falso Sé: il Sé grandioso che si sviluppa per compiacere alle richieste dei genitori, ed ha continuamente bisogno di ammirazione; e il Sé svalutato, solo, alienato e insicuro, consapevole soltanto dell’amore che gli è sempre stato negato.
Il Sé grandioso, seppure fragile e dipendente dall’ammirazione degli altri, si crede onnipotente o autosufficiente, e si ritira nell’isolamento o nella distanza emotiva; oppure, se minacciato, si aggrappa ad un aspetto idealizzato attraverso il quale spera di recuperare la propria forza.
Il Sé svalutato si aggrappa disperatamente a ciò che pensa possa alleviare la sua inconsistenza, o si rifugia in un vuoto isolato e inavvicinabile che rinforza la sua convinzione di non valere niente.
Portando alla coscienza questi due attaccamenti, ed acquistando consapevolezza delle loro manifestazioni, è possibile liberarsene. Psicologicamente parlando, è quindi necessario diventare consapevoli delle immagini del falso Sé senza crearne di nuove. Esotericamente parlando eliminare il falso Sé vuol dire gestire i propri desideri e avvicinarci alla perfezione.

Nov
19
Filed Under (Psicologia) by Hadraniel on 19-11-2008

Image Hosting by Picoodle.comL’avanzamento tecnologico del progresso non ha segnato solo l’inizio di questo millennio, ma anche le relazioni affettive  hanno e stanno ancora subendo profonde trasformazioni che rivoluzionano il concetto di amore. Quello che si cerca oggi è una relazione compatibile con i tempi moderni, nella quale ci sia l’individualità, il rispetto, l’allegria e il piacere di stare insieme, e non più una relazione di dipendenza in cui uno responsabilizza l’altro per il suo benessere.
L’idea che una persona possa essere la medicina per la nostra felicità, è un concetto che nacque con il romanticismo, ed è destinata a scomparire in questo inizio di secolo. L’amore romantico partiva dalla premessa che siamo soltanto una parte e che abbiamo bisogno di incontrare la nostra altra metà per sentirci completi. Ora sappiamo che non è così. Molte volte, però, per progredire occorre un processo di spersonalizzazione che, storicamente, tocca maggiormente la donna; lei abbandona le sue caratteristiche, per amalgamarsi al progetto maschile.
La teoria del collegamento tra opposti viene anche da questa radice: l’altro deve fare quello che io non faccio. Se sono docile, l’altro deve essere aggressivo, e così via. Un’idea pratica di sopravvivenza, ma comunque molto poco romantica.
La parola d’ordine di questo secolo è invece “associazione”. Stiamo scambiando l’amore con il desiderio. Mi piace e ne desidero la compagnia, ma non è necessaria.
Con l’avanzata della tecnologia, che esige più tempo individuale, le persone stanno perdendo la paura di restare sole, e apprendono a convivere meglio con se stesse. Stanno cominciando a percepire che si sentono sì una frazione, ma sono anche intere. E anche l’altro, con il quale si stabilisce un collegamento, si sente sia una parte che un intero. Perciò non è né un dominatore né un salvatore di qualcosa. È solo un compagno di viaggio.
L’uomo è un animale che cambia il mondo, e poi deve riciclarsi, per adattasi al mondo che ha fabbricato. Stiamo entrando nell’era dell’individualismo, che non ha niente a che vedere con l’egoismo. L’egoista non ha energia propria; egli si alimenta dell’energia che viene dall’altro, sia finanziariamente che moralmente.
La nuova forma d’amore, ha un nuovo significato e caratteristica. Si cerca l’approccio di due interi, e non l’unione di due metà. E ciò è possibile solamente a coloro che hanno lavorato su se stessi per conseguire la propria individualità. Più un individuo è capace di vivere solo, più sarà preparato per una buona relazione affettiva.
La solitudine è buona, restare soli non é vergognoso. Al contrario, dà una dignità personale. Le buone relazioni affettive sono ottime, così come restare soli, perché nessuno esige qualcosa da nessuno e tutti e due crescono. Relazioni dominanti e di concessioni esagerate sono cose del secolo passato. Ogni cervello è unico e il nostro modo di pensare e di agire non serve di referenza per valutare nessuno.
Molte volte pensiamo che l’altro sia la nostra anima gemella ma, in verità, ciò che facciamo è inventarlo per il nostro piacere.
Tutte le persone dovrebbero rimanere sole di tanto in tanto, per stabilire un dialogo interno e scoprire la propria forza personale. Nella solitudine, l’individuo capisce che l’armonia e la pace dello spirito possono essere trovate solo dentro se stessi, e non tramite gli altri. Percependo questo, l’essere umano sarà meno critico e più comprensivo circa le differenze, rispettando la personalità degli altri.
L’amore di due persone “intere” è ben più salutare. In questo tipo di legame, c’è il ricovero, il piacere della compagnia e il rispetto per l’essere amato. Perché non sempre è sufficiente essere perdonato, talvolta devi imparare a perdonare te stesso.

(tratto da un articolo di BETH NORLING)

Nov
04
Filed Under (Psicologia) by Hadraniel on 04-11-2008

Image Hosting by Picoodle.comDopo la nascita, salvo eccezioni, non resta memoria delle esperienze delle incarnazioni passate, per cui la nostra “lavagna psichica” è come se fosse bianca, pronta per registrare di nuovo tutte le esperienze nuove.
Durante la nascita e nei primi anni di vita l’essere umano è “passivo” rispetto a persone e situazioni esterne, quindi vive gli eventi da una dimensione di impotenza; ed è proprio questo che genera il vissuto della “vittima”, cioè la sensazione interna di essere delle vittime passive di fronte a tutto ciò che accade all’esterno.
A questo punto il padre e la madre diventano gli schemi di riferimento per tutto l’universo maschile e femminile e questo fa cadere in precisi schemi di “irretimento”, cioè si assumono dei ruoli, nell’ambito della famiglia, su cui ci si familiarizza e che non vengono più messi in discussione. Sulla nostra lavagna psichica, quindi, si viene a creare un preciso schema di “credenze”, cioè si creano degli schemi fissi di pensiero che sempre più si cristallizzano e che vanno a costituire il nostro sistema di riferimento interno, attraverso cui ci relazioniamo con l’ambiente esterno e le altre persone.
E’ così che si crea il “copione” di vita, che per lo più è colmo di affermazioni limitanti. Questo copione interiore viene quindi, quotidianamente, proiettato all’esterno creando un comportamento atto a confermare le proprie paure (limiti). Alla fine di tutto questo processo avremo sempre delle prove precise riguardanti le nostre credenze limitanti e le rafforzeremo sempre di più, perchè l’ambiente esteriore diventa esattamente conforme ad esse, in modo preciso e inesorabile. Ma in realtà siamo noi a generare gli eventi. La “proiezione” di uno schema di vita diventa quindi la “percezione” di come la vita sia.
Tutto ciò genera ed autoalimenta continui conflitti e disagi interiori e a livello fisico questi conflitti si somatizzano sotto forma di malattia, quando non ne abbiamo sufficiente coscienza. Infatti, in psicosomatica, ogni malattia è la manifestazione di un contenuto della psiche che abbiamo cercato di rimuovere e di ignorare.
Il disagio maggiore nasce sempre dalla falsa idea che non abbiamo potere sugli avvenimenti esterni, ma quando pensiamo così siamo molto lontani dal vero!

Ott
04
Filed Under (Psicologia) by Hadraniel on 04-10-2008

Image Hosting by Picoodle.comCi siamo mai chiesti chi siamo?
Noi, questi Esseri così tormentati da brame insoddisfatte, insaziabili nel pretendere soddisfazioni impossibili. Noi, che cerchiamo sempre di gratificare vecchi bisogni inappagati, senza mai riuscirci. Noi, che ci annulliamo nell’esperienza del piacere, in una fusione totale che annulla solo temporaneamente i confini dell’Io. Noi, Spiriti affamati e allo stesso tempo Dei, alla continua ricerca di una dimensione dove gli sforzi aggressivi del nostro Io possano distruggere gli ostacoli che si frappongono fra noi e la completa soddisfazione.
In questo scenario l’aiuto ci viene dato dalla consapevolezza. Una consapevolezza in grado di discriminare e di sottolineare che il problema non è la natura aggressiva dell’Io: questa energia, infatti, serve a farci superare le frustrazioni, ed è necessaria lungo la via spirituale. La consapevolezza ci sollecita a preservare la nostra aggressività, ma allo stesso tempo a darle un nuovo orientamento, usandola per cambiare una situazione, e per entrare in contatto con esperienze a livelli più elevati.
Come disse il Buddha: “Non opporti al mondo dei sensi e delle idee, accettarli pienamente è la Vera Illuminazione; se la mente è imperturbata nella Via, niente al mondo la può turbare, e quando una cosa smette di turbare smette di esistere”.