Tutti sappiamo che le nostre azioni e le nostre parole dovrebbero essere chiare, sincere e accessibili a tutti coloro che vogliono vederle e sentirle. Ma a volte la logica della volontà fa ottenere risultati assai diversi. Questa logica a cui così facilmente ci appelliamo è come un camaleonte: cambia aspetto e nome ad arte, per adeguarsi ad un’istanza interiore molto più profonda e nascosta.
Secondo una filosofia iniziata nel Medio Evo, la verità può essere dimostrata attraverso un ragionamento filosofico; tale asserzione fu attribuita anche a Platone, ad Aristotele e a molti altri pensatori. Ciò significa che ci sono due fonti di verità: quella esoterica e le conclusioni razionali della filosofia. La relazione fra queste due verità, particolarmente riguardo a problemi di difficile comprensione quali la creazione o la natura delle profezie, costituisce il nucleo della filosofia di quell’epoca, ma anche in tempi più recenti il ruolo di questa parola è stato esaminato da eminenti pensatori, come Kant e Hegel.
Nei testi religiosi la parola “verità” veniva usata solo in relazione ad una convinzione profondamente sentita ed incrollabile, ricordando anche che è la stessa essenza divina in noi che ci impone di essere onesti e di vivere con integrità. E questo riguarda ogni aspetto della nostra vita, dagli affetti, agli affari, al modo in cui ci avviciniamo alla spiritualità.
Oggigiorno la veridicità del nostro punto di vista è dimostrata da quanto fermamente tale punto di vista viene mantenuto; in definitiva le cose per le quali siamo disposti a vivere (e anche a morire) diventano la nostra verità personale.
Ecco dunque quale sembra essere la causa della crisi attuale dell’uomo: la crisi sta accadendo perché le persone sottovalutano il valore dell’onestà.
Se tutti noi accettassimo di crescere psicologicamente e diventassimo veramente responsabili, se capissimo le conseguenze delle nostre azioni, non ci sarebbe nessuna crisi. Dopo tutto, ci viene fatto notare che la crisi psicologica avviene dove prima c’è stata avidità, e dove i desideri, i bisogni delle persone e la ricerca del benessere erano eccessivi.
E se vogliamo spingere oltre questo tipo di filosofia, possiamo constatare quanto velocemente le sofferenze possano risvegliare pensieri corretti nelle persone. A contatto anche solo di una piccola sofferenza, a volte si comincia a ragionare più correttamente e a realizzare che la soluzione vera non è “diminuire” il nostro egoismo, ma distaccarci completamente da esso.
Nessuno di noi sa bene quali siano le azioni da fare per avvicinarci alla perfezione della Matrice. Le religioni ci indicano dei rituali e delle regole che potrebbero farci ottenere questo scopo, ma il tempo passa e ci accorgiamo che invece di avvicinarci al traguardo ce ne allontaniamo sempre di più. Ciò che vogliamo raggiungere ci appare così lontano dalla nostra realtà, dalla vita di tutti giorni, dalla felicità che il nostro cuore sogna.
E allora come possiamo fare? Gli antichi saggi suggeriscono di guardare i bambini.
I bambini osservano i grandi e li imitano nel tentativo di diventare come loro. E se i loro idoli sono persone meritevoli, essi diventeranno meritevoli; se invece i loro idoli sono dei cattivi esempi, li imiteranno con le conseguenze che poi tutti, purtroppo, vediamo nel mondo.
Quindi noi, i grandi, dovremmo imparare ad osservare la bellezza della creazione e imitarla. Qualcuno o qualcosa ci ha dato tutto senza chiedere nulla in cambio; e questo dovrebbe bastare a renderci completamente felici.
L’Essere muore come persona, ma mantiene in sè quel desiderio di “dare” che è tipico della sua creazione; è questa la vera anima dell’uomo, il suo embrione. Ma capita che dopo la morte quest’anima si rivestirà di un corpo che erroneamente desidererà ancora di ricevere.
Occorre spezzare questo circolo: se l’uomo non sviluppa il desiderio di dare mentre è in vita, e dunque neppure la sua anima, morirà ancora come terra, ancora come materia.
La natura spinge i bambini all’imitazione perché in loro l’embrione della vera anima ancora si fa sentire, e noi dovremmo re-imparare da loro quello che abbiamo dimenticato, perché è questo il vero piacere della vita, è questa la felicità: “l ‘equivalenza con la forma universale”.
“La più bella e più profonda emozione di cui possiamo avere esperienza è la sensazione del misticismo. E’ la radice di tutte le scienze vere.
Colui al quale questa emozione è straniera, che non rimane più assorto nella meraviglia, è come morto.
Quella profonda consapevolezza emozionale della presenza di una forma mentale superiore, che è rivelata nell’incomprensibile universo, è la mia idea di Dio”.
Albert Einstein
Innanzitutto cerchiamo di comprendere quale sia il significato abituale di libertà, nel modo in cui viene comunemente inteso.
In generale possiamo considerare la libertà come una legge naturale, applicabile a tutta la vita. E non è un caso che l’umanità abbia combattuto, e combatta ancora, per ottenere sufficienti condizioni di libertà individuale. Eppure il concetto espresso nella parola “libertà” appare sempre molto vago, e se provassimo ad approfondire questa parola non ne rimarrebbe quasi nulla. Questo avviene perché prima di cercare la libertà dell’individuo, dovremmo far nostro il principio che ogni individuo, di per sè, possiede già la caratteristica chiamata libertà, vale a dire che può agire secondo la propria scelta e la propria libera volontà. Se invece osserviamo molte delle azioni di un individuo, ecco che le troviamo necessarie, in quanto egli è costretto a compierle, non avendo nessuna possibilità di scelta.
Per capire meglio questo concetto possiamo usare una metafora dei kabbalisti, i quali asseriscono che l’individuo assomiglia ad uno stufato messo sul fuoco, che non ha nessuna scelta imprigionato com’è in una pentola e costretto ad essere cotto; per l’individuo è lo stesso, perché qualcosa lo ha imprigionato, per tutta la vita, fra due legami: il piacere e il dolore. E persino la determinazione del tipo di piacere e di beneficio non proviene affatto dalla scelta e dalla libera volontà dell’individuo, ma invece accade secondo la volontà e i gusti della società.
E allora dov’è la libertà del libero arbitrio? D’altronde se si presume che la volontà non è libera, e ognuno di noi non è che una macchina che agisce secondo forze esterne che lo costringono ad agire in quel modo, ciò significa che ognuno è imprigionato in qualcosa che, usando i due vincoli del piacere e del dolore, lo attira o sospinge secondo la sua volontà, là dove ritiene sia necessario.
E questa cosa risulta completamente strana non soltanto agli ortodossi, che credono nella Provvidenza e nel fatto che nella Sua condotta vi sia sempre uno scopo buono; ma ciò risulta ancora più strano a coloro che credono nella natura, dal momento che secondo quanto detto sopra ognuno è incatenato dai vincoli d’una natura che non ha consapevolezza, di una natura cieca che ci conduce non sappiamo dove.
Ma è pur vero che esiste una connessione generale tra tutti gli elementi della realtà che si presenta ai nostri occhi, e che questa connessione procede e cammina secondo la legge di casualità e attraverso il meccanismo di causa ed effetto. Qualsiasi forma di condotta personale è quindi il risultato di fattori precedenti, che l’hanno obbligata a recepire quel dato cambiamento pertinente a quella data condotta. Quindi ogni formazione di questo mondo non è richiamata qui come un’esistenza che proviene dall’inesistenza; ma è invece un’esistenza proveniente da un’esistenza.
E’ cioè un’esistenza che si è spogliata della sua forma precedente e si è rivestita della forma attuale.
E tutto ciò è chiaro a chiunque esamini la natura da un punto di vista puramente scientifico, senza preconcetti e soprattutto senza condizionamenti.
Durante l’esistenza su questo pianeta, in questa vita oppure in una delle prossime, tutti gli esseri umani hanno necessità (consapevole o no) di raggiungere la loro radice spirituale ed esistere simultaneamente in tutti e due i mondi come un unico essere.
Prima lo facciamo e prima la nostra vita sarà più semplice e più felice, in sostanza sarà migliore. Più cercheremo di evitare questo cammino e maggiore sarà la sofferenza che proveremo, come un bambino testardo che resiste al volere dei genitori ma che alla fine è costretto a fare ciò che gli viene richiesto.
La nostra radice spirituale è perciò il nostro obiettivo, quello che dobbiamo raggiungere. Non appena ci renderemo conto di questo, tutti noi cominceremo gradualmente ad armonizzarci con questo obiettivo, e la nostra vita immediatamente diventerà molto più stabile, pacifica e sicura.
Le donne, pur essendo la “porta che apre il passaggio”, sono per natura così impegnate nella vita quotidiana che a volte si chiedono se sarà loro possibile raggiungere la spiritualità. Ma sia gli uomini che le donne, consapevolmente oppure forzatamente, hanno percezione del bisogno di raggiungere la loro radice spirituale, dalla quale sono discesi in questo mondo acquisendo una forma fisica.
Viviamo in un momento molto speciale, di conseguenza la sensazione di vuoto e i tentativi di trovare appagamento e felicità non sono più legati alla famiglia e neanche alla vita professionale di una donna.
Anche se è ancora importante per una donna essere contenta con il marito, i figli o i nipoti, oltre che con la sua vita professionale, questo non è più abbastanza per lei. Il suo essere è così sviluppato che va oltre i confini della famiglia, del posto di lavoro e anche della nazione. Adesso vuole spiritualità.
Questo richiamo spirituale è molto aumentato negli ultimi anni. Prima della generazione attuale c’erano solo alcuni casi sporadici, mentre i casi di oggi si verificano a migliaia. Oggi stiamo gradatamente ritornando a quel primordiale stato in cui l’umanità era unita come un solo essere in un solo cuore.
Ai nostri bambini dovrebbero venire insegnate queste verità, fin dalla più tenera età.
(liberamente tratto dalle lezioni kabbalistiche)
Comprendere quello che siamo e che stiamo portando nel mondo non è sempre facile. Sovente pensiamo a noi stessi attraverso una costruzione astratta, che può essere piacevole oppure sgradevole, ma che di solito ha poca attinenza con ciò che veramente siamo. Una strada per cominciare a “vederci” è osservare i nostri bisogni, che si manifestano sempre nel comportamento che maggiormente mettiamo in atto nel corso della vita.
I bisogni dell’essere umano si possono raggruppare in tre tipi principali: il bisogno di AVERE, il bisogno di FARE, il bisogno di ESSERE.
Il bisogno di AVERE è di tipo primordiale, di sopravvivenza; implica bisogni semplici e ben definiti: cibo, bere, sonno, salute, ecc. Fanno parte di questo livello anche il bisogno di sicurezza e il bisogno di proteggere e preservare ciò che noi siamo e ciò che abbiamo.
Il bisogno di FARE comprende il desiderio di appartenere, di venire accettati, di sentirsi bene con se stessi. Questo è un balzo al di là del primo scalino della crescita umana, in quanto riguarda le soddisfazioni psichiche, piuttosto che quelle fisiche. Il soddisfacimento di questi desideri dipende dalle relazioni instaurate con le altre persone e da ciò che facciamo per farci accettare e stimare dagli altri.
E’ facile comprendere che a questo livello si ha bisogno della partecipazione altrui per essere completamente soddisfatti di se stessi, perciò viene data molta importanza ai rapporti sociali; ci costruiamo un’immagine di noi stessi e desideriamo che gli altri l’accettino. E’ una necessità appartenere, condividere, essere parte di qualcosa più grande di noi stessi. Vogliamo identificarci con un gruppo, ma la sola appartenenza ad un gruppo non basta. Il nostro senso di appartenenza deve poggiare sulle nostre conquiste e sull’essere accettati. Conquista ed accettazione sono quindi i concetti basilari al livello di “fare”.
La “conquista” implica l’uso finalizzato delle proprie energie in modo “misurabile”. Nel misurare ciò che “si è in grado di fare” viene misurato anche il “valore” personale. L’”accettazione” invece è il bisogno che gli altri siano ben disposti nei nostri confronti, condizione necessaria del successivo sviluppo della personale autostima.
E’ gioco-forza perciò che la strada verso l’accettazione passi sempre attraverso i risultati, che fondano le loro radici nella competenza e nella soddisfazione dei personali bisogni di fare.
Il bisogno di ESSERE è un gradino più avanti del precedente.
“Essere ciò che siamo e diventare ciò che siamo capaci di diventare, questo è l’unico fine della vita”. E’ una frase di Robert Louis Stevenson e potrebbe da sola spiegare il percorso umano su questa Terra. Esprime il bisogno di sfruttare al massimo il nostro potere creativo, la nostra umanità, la capacità di utilizzare il nostro potenziale e di realizzarci.
Una persona che agisce frequentemente a livello dell’Essere si comporta da adulto, come chi ha massimizzato il proprio talento in modo autentico. La crescita o la maturità di una persona è quindi percepibile dalla sua progressione attraverso questi tre livelli di bisogno.
Al forum interamente dedicato al tema della Felicità che si è tenuto per la prima volta a San Francisco, Robina Courtin, organizzatrice dei due giorni della conferenza «Happiness & Its Causes» ha detto: “Non possiamo garantire la serenità economica, ma possiamo sempre essere felici nello spirito”.
I partecipanti alla conferenza hanno discusso di compassione, di ricerca della felicità, del “perché alle zebre non viene l’ulcera”, dell’importanza di avere un atteggiamento positivo e di ridurre lo stress e, non ultimo, dell’ideale di “vivere il presente”. Senza dimenticare che ogni qual volta succede qualcosa di brutto bisogna avere coraggio e dire a se stessi che si è in grado di gestire anche le cose più negative, ha aggiunto in sintesi la Courtin.
In questi ultimi anni, attorno al tema della felicità, sembra si sia creato un vero e proprio bisogno: se ne discute nelle aule universitarie, è diventato argomento di ricerca accademica e se ne parla in un numero sempre maggiore di libri. Il dottor Paul Ekman, lo psicologo noto per aver decifrato le microespressioni facciali che sono in grado di rivelare i sentimenti, ha detto: “Sappiamo molto di più sulla tristezza che sulla felicità”. Di conseguenza è meglio cominciare ad informarsi.
Un punto fermo pare sia già stato raggiunto: tutti gli studi condotti sull’argomento nel corso degli ultimi decenni concordano nel dire che sì, è proprio vero, il denaro non fa la felicità. I Masai del Kenya ne sono la dimostrazione: secondo quanto è risultato da una delle tante ricerche, la popolazione indigena del Kenya risulta essere felice tanto quanto lo sono gli uomini più ricchi d’America.
La magia della vita può palesarsi sotto forme diverse, ma procede sempre da altre persone e implica accettare l’aiuto del prossimo. Il magico può essere presente in situazioni che non sembrano recarci un beneficio immediato; il punto fondamentale è avere fiducia. I miracoli si possono manifestare solo nel momento in cui lasciamo che l’energia spirituale operi indisturbata a nostro vantaggio. Il metodo migliore per concertare un evento magico è avere le idee ben chiare sul bisogno che si vuole manifestare o risolvere, quindi essere disposti a lasciare che la Sorgente Divina operi attraverso ciò che è più sicuro e appropriato per i nostri bisogni.
Il problema è che poche persone si rendono conto della presenza dei miracoli nella vita quotidiana, a meno di possedere un atteggiamento aperto al riguardo; perciò è necessario credere nella loro manifestazione e notarli quando accadono, poichè il fatto di notare i miracoli aumenta la fede nei loro confronti: quanto più forte è la fede, tanti più miracoli si compiono. La fede è prova di fiducia nelle altre persone, nella Sorgente Divina e nel proprio Io, che vuole sempre darci esattamente ciò che desideriamo di più.
Quindi il miracolo, in conclusione, è qualcosa che ci si può “allenare” ad ottenere.