Un uomo, il suo cavallo e il suo cane camminavano lungo una strada.
Mentre passavano vicino ad un albero gigantesco, un fulmine li colpì, uccidendoli all’istante.
Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali.
A volte, i morti impiegano qualche tempo per rendersi conto della loro nuova condizione…
Il cammino era molto lungo; dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati e assetati.
A una curva della strada, videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d’oro, al centro della quale s’innalzava una fontana da cui sgorgava dell’acqua cristallina.
Il viandante si rivolse all’uomo che sorvegliava l’entrata.
- “Buongiorno”
- “Buongiorno” rispose il guardiano.
- “Che luogo è mai questo, tanto bello?”
- “E’ il cielo“
- “Che bello essere arrivati in cielo, abbiamo tanta sete!”
- “Puoi entrare e bere a volontà”.
Il guardiano indicò la fontana.
- “Anche il mio cavallo e il mio cane hanno sete”
- “Mi dispiace molto”, disse il guardiano, “ma qui non è permessa l’entrata agli animali”.
L’uomo fu molto deluso: la sua sete era grande, ma non avrebbe mai bevuto da solo.
Ringraziò il guardiano e proseguì. Dopo avere camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costituito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta, fiancheggiato da alberi.
All’ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello; probabilmente era addormentato.
- “Buongiorno” disse il viandante.
L’uomo fece un cenno con il capo.
- “Io, il mio cavallo ed il mio cane abbiamo molta sete”.
- “C’è una fonte fra quei massi”, disse l’uomo, indicando il luogo,
e aggiunse:
- “Potete bere a volontà”.
L’uomo, il cavallo ed il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.
Il viandante andò a ringraziare.
- “Tornate quando volete”, rispose l’uomo.
- “A proposito, come si chiama questo posto?”
- ” CIELO.”
- “Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là!”
- “Quello non è il cielo, è l’inferno”.
Il viandante rimase perplesso.
- “Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome! Di certo, questa falsa informazione causa grande confusione!”
- “Assolutamente no. In realtà, ci fanno un grande favore. Perché là si fermano tutti quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici” Rispose il guardiano.
Non abbandonare mai i tuoi veri Amici, perchè:
Trovare un Amico è una Grazia,
Avere un Amico è un Regalo,
Conservare un Amico è una Virtù,
Essere Tuo Amico! È un Onore…
(da un racconto di Paulo Coelho)
Hadraniel augura a tutti i suoi Amici di “penna elettronica”, vicini o lontani, una splendida giornata.
Una delle storie più famose di Kafka è “Di fronte alla legge”, in cui si racconta di un uomo che siede di fronte “all’ingresso della legge”, chiedendo il permesso di entrare (l’ironia è che la porta è aperta). L’uomo ha paura di attraversarla perché il guardiano lo ha avvertito che ci sono altre guardie ad attenderlo oltre la porta, ed ognuna è più forte di quella precedente.
Spossato dagli ostacoli incontrati, quest’uomo decide di sedersi accanto alla porta, sperando che alla fine gli si dica di entrare. Di tanto in tanto, compie dei piccoli tentativi per persuadere la guardia a farlo passare, provando persino ad aggirarlo, a volte con piani audaci e a volte con suppliche.
Ma gli anni passano, l’uomo invecchia, e la porta rimane ai suoi occhi inaccessibile come prima. Alla fine della sua vita, l’uomo si decide e chiede alla guardia: “Come può essere che tutti vogliono entrare attraverso la porta della legge, ma io sono il solo che ha chiesto il permesso?” - Questa entrata era stata prevista per te soltanto - replica la guardia. - E adesso la chiuderò -.
Il desiderio di attraversare la porta della legge, per scoprire il sistema delle forze che governa le nostre vite, non è una novità. Gli uomini hanno sempre cercato di scoprire le leggi nascoste dell’universo, per poterne prendere il controllo ed usarle a proprio piacimento.
Hanno mandato razzi nello spazio, hanno camminato sulla luna, costruito dei sistemi di comunicazione che attraversano il mondo e sviluppato un numero infinito di macchine e di strumenti. Tuttavia l’essere umano vaga ancora nel buio per quello che riguarda la sua natura spirituale, la sua essenza ed il suo scopo nella vita.
Non ci sono ancora risposte alle domande più profonde: Chi guida le nostre vite? Qual’è la fonte della nostra realtà ? Qual’è il significato di tutto questo? E proprio come l’uomo nella storia di Kafka, spesso sentiamo di essere governati da uno sconosciuto sistema di leggi che nessuno ha mai veramente decifrato.
Ma allora chi è il guardiano e perchè si rifiuta di farci entrare?
Secondo i kabbalisti, si tratta della nuova percezione della realtà, che una persona ottiene quando tutti i suoi desideri sono governati da quella legge spirituale che comprende il Tutto, e che è la qualità del Creatore. Quando scopriremo questa qualità dentro di noi e la metteremo al di sopra dei nostri desideri terreni, scopriremo ciò che Baal HaSulam chiama allegoricamente “La luce radiosa della presenza del Re”; vale a dire che i nostri desideri verranno appagati da un’abbondanza infinita. Ma oltre a questo, ci renderemo conto che questa legge nascosta ci ha sempre influenzato, anche quando non ne eravamo consapevoli; e sarà proprio a questo punto che le porte della legge spirituale si spalancheranno davanti ai nostri occhi.
Allora chi sono quelle guardie che dobbiamo superare sulla strada che porta alla qualità del Creatore? Non sono altro che i nostri desideri egoistici. Ma diversamente da quanto potremmo pensare, non siamo tenuti ad eliminare i nostri desideri. Abbiamo bisogno invece di imparare come usare i desideri basilari con cui siamo nati; dobbiamo acquisire nuove intenzioni, come l’amare e il dare, le quali cambieranno il nostro modo di usare i desideri.
Proprio come il pover’uomo della storia di Kafka, a volte pensiamo che se aspettiamo abbastanza a lungo o se preghiamo abbastanza intensamente, poi la porta si aprirà da sola. Ma i grandi Maestri spiegano molto chiaramente che tutto dipende da noi, e che le guardie da superare sono soltanto quelle che abbiamo nel profondo.
Diversamente dallo spirito pessimistico della storia di Kafka, i kabbalisti che hanno con successo attraversato la porta, dicono che dall’altra parte la realtà si presenta completamente opposta a quella Kafkiana (la quale in fin dei conti è niente altro che la realtà di questo mondo). Oltre la porta, l’uomo scopre una realtà perfetta ed eterna, governata da una sola legge, la legge dell’Amore.
La nascita di un nuovo stato interiore, di una nuova consapevolezza, avviene solo attraverso un cammino fatto di salite e discese. In tutti i testi esoterici questo cammino viene pressapoco descritto così: “Più uno si trova in alto, maggiore è il suo egoismo”. E’ perciò necessario “cadere per poter risalire”. Si tratta di un processo corretto, atto a rivelare la nostra vera natura! Ed è un processo che si manifesta anche negli eventi collettivi, e in quelli che coinvolgono l’intero pianeta.
L’essere umano ha bisogno di un desiderio enorme per raggiungere la sua Fonte Creatrice. Ed è proprio così che si crea il desiderio! Questa fase discendente, questa “caduta”, sarà poi seguita da un’ascesa spirituale, alla quale seguiranno ancora altre discese e altre risalite, e così via fino alla correzione finale, il grado più elevato.
Per alcuni può essere difficile raffigurarsi lo stato del tempo della discesa, dove si perdono tutti gli sforzi che sono stati investiti fino a quel momento; è quasi come se questa situazione fosse al di fuori di se stessi. Ciò vuol semplicemente dire che la discesa avviene soltanto per coloro che hanno già raggiunto gradini elevati; chi è all’inizio del cammino può solo sentire in sé il bisogno di distinguere il desiderio materiale di ricevere, che è insito nel flusso di questo mondo, e che impregna tutto col suddetto desiderio.
Bisogna quindi ammettere che le varie “cadute” permettono all’umanità di conoscere la grandezza di tutta la creazione e rendono consapevoli della distanza che intercorre fra noi ed essa. E’ proprio questa la verità. Ma, guardando all’immensa grandezza dell’Universo, si scopre anche la sua grande “umiltà”. Andando oltre ogni legge materialistica è stato dato alla creazione il dono di conoscere, comprendere e apprezzare un qualcosa che è al di sopra delle vie naturali conosciute. Ci è stata data la possibilità di essere in connessione ed in adesione con l’Origine. Ed è durante la discesa che questo viene percepito.
Oggi tutti facciamo i conti con le calorie, ma i casi di obesità negli ultimi anni non fanno che crescere. Il prezzo di questa epidemia non si valuta soltanto in termini di autostima, benessere e salute, ma costa anche un mucchio di soldi. Secondo il Direttore della Sanità degli Stati Uniti il costo dell’obesità, nel 2000, superava i 117 miliardi di dollari. Denaro che viene speso per ogni sistema immaginabile, dai metodi dietetici alle cure delle malattie legate all’obesità; per non parlare dei miliardi di dollari che le aziende devono spendere per le malattie degli impiegati a causa della loro obesità.
Alcuni medici si rifiutano di operare la gente in sovrappeso per i crescenti rischi che questo comporta e persino Disneyland ne è stato colpito: sono state chiuse e “rinnovate” alcune giostre, perché troppi clienti sovrappeso le stavano rovinando.
Ma le più gravi sono le preoccupazioni per la salute. Il “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie” dichiara che il rischio per la salute aumenta con l’aumento del peso. Il nutrizionista australiano John Tickell afferma che “il diabete II, la malattia associata all’obesità, è la patologia che cresce più velocemente nel mondo”. Le altre malattie legate all’obesità sono l’ipertensione, le malattie coronarie, gli ictus e il cancro.
La Kabbalah spiega che questa grave epidemia è soltanto un altro sintomo del mancato “nutrimento spirituale” dell’uomo moderno. La vera fame è quella interiore. Ma perché avviene questo? Sembra che tutto dipenda dal cervello umano. E’ lui che determina se la persona sarà magra o grassa, se mangerà del cibo sano oppure no.
Medicine Health ha dichiarato che alcune delle ragioni per le quali le persone si abbuffano potrebbero essere le seguenti: “depressione, mancanza di speranza, rabbia, noia e molte altre ancora che non hanno niente a che fare con la fame”. In altre parole, “i sentimenti delle persone influenzano le loro abitudini alimentari”.
E qui la Kabbalah diventa ancora più precisa: “la causa è il sentimento di vuoto interiore che nasce dalla mancata capacità di appagare il nostro crescente egoismo”. Siamo costretti a compensare questo vuoto dentro di noi, questa mancata realizzazione o sensazione di futilità, in qualsiasi modo possibile; e uno di questi è il cibo.
In altre parole l’epidemia dell’obesità, che oggi dilaga nel mondo, è un altro sintomo della vacuità avvertita dall’uomo moderno.
La crescita dell’egoismo umano fa sì che molti di noi si sentano sempre insoddisfatti, e questo indipendentemente da quello che stanno facendo. Continuiamo a “volere qualcosa” e non importa quanti beni accumuliamo, perché ci sentiamo vuoti dentro. La vacuità costante ci fa cercare delle compensazioni e, per alcuni di noi, questo significa mangiare in continuazione.
Ma il nostro vuoto interiore rimarrà insoddisfatto perché quello che desideriamo ardentemente non è una cosa fisica. Senza che ce ne rendiamo conto, un desiderio spirituale sta crescendo dentro di noi. E oggigiorno questo desiderio è più grande (e più affamato) che mai ed esige di essere appagato. L’appagamento però può essere soltanto spirituale.
Dunque, la saggezza della Kabbalah non ci dice di metterci a dieta. Agisce, invece, alla radice del problema, dimostrandoci come appagare il desiderio spirituale, ossia la nostra mancanza più profonda. Quando finalmente affrontiamo la vera mancanza, i pensieri come “voglio qualcosa…ma non so esattamente cosa…” spariranno. Il lavoro spirituale ci porterà a pensare su un livello completamente diverso. Cominceremo a sentire la vita come una continua avventura e in ogni momento della nostra esistenza ci sentiremo appagati e soddisfatti dall’interno.
La Creazione è una cosa che non è inglobata nell’esistenza infinita, succede quindi che appena riconosce d’esserne al di fuori anela vivamente di ritornare alla sua Radice. E’ questo il desiderio che ci distingue dalla Luce Infinita.
Ma quanto è forte il nostro Amore per la Fonte universale ?
Proviamo a paragonare questo sentimento all’amore per il proprio amato o per la propria amata: quando lo si sperimenta per la prima volta si incomincia a rincorrere l’oggetto d’amore senza sosta. Lo si cerca, lo si corteggia, si fa di tutto per essergli graditi. Ma mentre il tempo passa (e in questo tempo sono stati messi tutti gli sforzi necessari alla conquista) la potenza che ha innescato il tutto comincia a diminuire, e gradatamente diventa sempre più debole. Ci si rilassa e si dubita persino che quella forte spinta iniziale sia mai esistita.
Come è possibile che questo avvenga? E soprattutto, come si può evitare che questo avvenga quando si tratta dell’Amore per la nostra Radice?
Tutto ciò avviene semplicemente perché anziché amare attraverso il proprio “punto nel cuore” si ama attraverso una sorta di sentimento egoistico, di desiderio per se stessi. Il programma che gestisce i nostri cinque sensi è di tipo egoistico e sono proprio questi nostri cinque sensi che ci impediscono di percepire la vera ed eterna Realtà.
Per conoscere l’intera Realtà che ci circonda, abbiamo bisogno quindi di sviluppare un senso ulteriore, quello che i Kabbalisti chiamano “il sesto senso o senso spirituale”, grazie al quale si diventa capaci di fare esperienza diretta di quegli stimoli esterni che, di solito, “interpretiamo” con i sensi normali.
Per percepire la Luce Superiore, per acquisire la forza di quello che chiameremo il “Mondo Superiore” si deve prima passare attraverso lo sforzo dell’auto-analisi e poi da quello delle percezioni. E ciò che ci può aiutare lungo questa via sono: l’esaltazione costante dello scopo, la pazienza, la fiducia, la comprensione che il personale cambiamento è indispensabile, e un giusto ambiente circostante.
All’inizio, infatti, non avanziamo con le nostre stesse forze ma con il desiderio che riceviamo inizialmente dalla Matrice, e che è insito in noi nel “punto del cuore”. Tuttavia, al fine di sviluppare questo “punto”, dobbiamo darci da fare e attraversare quel periodo di sforzi (non esenti da momenti anche di crisi), di percezioni e di auto analisi indispensabili al raggiungimento dell’obiettivo.
E’ questo il vero desiderio che, distinguendoci dalla Luce, ci conduce ad Essa.
Il Buddha ci insegna che il “desiderio” è la radice di tutti i mali e quindi del “Male” in assoluto, come istanza contrapposta al Bene.
La psicologia chiarisce che non desiderare non è un semplice consiglio a non essere invidiosi di ciò che vediamo negli altri, ma un incitamento a riscoprire e valorizzare se stessi. L’essere attenti ai beni degli altri, al modo ed al tenore di vita che essi conducono, sino a desiderare di possedere anche noi ciò che loro posseggono, è indice di profonda insoddisfazione personale.
Oggi siamo sommersi da messaggi pubblicitari che dipingono le persone benestanti come modelli a cui aspirare: belli, avvenenti, attraenti, efficienti, in forma, atletici, intelligenti, dinamici e possidenti. Sono i connotati dell’uomo e della donna a cui vorremmo ispirarci, a cui purtroppo miriamo per sentirci realizzati come protagonisti del nostro tempo.
La realtà è però diversa, perché tutti o quasi siamo lontani da questi modelli. E’ inevitabile, allora, fare paragoni tra il nostro essere quotidiano e quello degli altri, degli amici, dei conoscenti, dei beniamini dello spettacolo o dello sport.
L’invidia, sempre in agguato, crea frustrazione e desolante senso di emarginazione. Sembra follia, ma è triste realtà: il nostro tempo, prigioniero dell’immagine più che dei contenuti, alimenta e cova il tarlo dell’invidia e della gelosia. Siamo prigionieri delle cose che altri hanno o fanno ed in queste cose pensiamo sia riposta la felicità che non abbiamo.
Eppure basterebbe poco per tornare liberi da questa schiavitù, basterebbe smascherare il nemico della serenità interiore con un imperativo: Sii te stesso! Perché sei bellissimo o bellissima, perché hai un’anima splendente fatta per sovrastare le cose e puntare dritta all’essere profondo della vita. I doni che ti sono stati assegnati sono sufficienti per la tua felicità. Sii felice perché puoi camminare con le tue gambe, respirare l’aria del mattino e riposare al calare del sole. Sii felice perché vivi fianco a fianco con le altre creature della Terra. Sii felice per essere stato creato così come sei, uomo o donna. Sii felice perché puoi vedere e sentire i giochi e le risa dei bambini. Sii felice perché il progresso ti porta dove le tue sole gambe non ti porterebbero; e potrai scoprire che altri uomini e altre donne sono felici di vederti e di scoprire che seppur diversi, apparteniamo tutti alla stessa, immensa, famiglia umana.
Seguire questi consigli significa capire che in noi ed attorno a noi vi sono beni infiniti da possedere e da vivere con gioia, senza aspirare ad essere o ad avere come gli altri.
L’”altro” diventa allora l’occasione per amare.
Lo Spirito è una Forza e il risultato si sente tangibilmente sulla materia. Non è una nuvola impalpabile confinata nella nostra idealità; è una forza viva e reale ed è quella che plasma la materia. Bisogna percepire lo Spirito così, nella sua vera essenza. Il mondo della materia per sua propria natura nasconde questa verità, quindi l’unico modo per rivelarla è diminuire il desiderio di ricevere da questo mondo. Solo così viene alla superficie il mondo spirituale. Solo così si può giungere ad un certo livello di comprensione. Non è la Forza stessa da vedere, ma l’impatto che essa ha sulla materia, sulla nostra vita; è un gioco continuo di velamento e disvelamento e dobbiamo sempre giocarlo, perchè lo Spirituale non ha nessuna immagine, è la via di mezzo fra il buio e la Luce, è il raggiungimento.
Noi non sappiamo davvero chi siamo, ma sicuramente sentiamo che siamo vivi, e questo è il risultato dell’azione dello Spirito, anche se non ne conosciamo l’essenza.
Proviamo a comprendere questo: quando si studia non si devono “acquisire” le qualità di ciò che si studia, ma se ne rilevano le caratteristiche intellettualmente; in campo spirituale, invece, ci si costruisce un modello e se ne acquisiscono le caratteristiche; ma tutto dev’essere fatto tenendo presente che non si ottiene mai di più di quei cambiamenti che avvengono dentro di noi e che si è disposti a lasciare avvenire.
Nella materia si crede di volere qualcosa di nuovo, ma si tratta sempre di qualche caratteristica già esistente, solo un po’ cambiata. In questo campo, invece, si tratta di acquisire caratteristiche sconosciute e questo ci spaventa e ci impedisce di lasciarci andare. “Chi, o come, sarò dopo?” Ecco la domanda che gira nella testa e nell’inconscio delle persone. “Non mi sembra di essere così in errore, né di stare poi così male, in fondo; perché volere una cosa così grande come quella di assomigliare alla Fonte Divina?”
Dovremmo essere tutti disposti a cambiare la nostra mente. Ma per fare questo abbiamo bisogno proprio della nostra mente. E’ un’apparente contraddizione sulla quale lavorare: utilizzare la propria mente per poi escluderla all’arrivo della Luce. In ogni momento della nostra vita possiamo trovarci sul punto di acquisire la mente Superiore, ma nel frattempo dobbiamo usare la nostra, essendo coscienti e tesi verso lo scopo, senza abbandonarci a nessuna illusione. Perché la crescita spirituale non è chiudere gli occhi e pensare che sarà come sarà. Siamo proprio noi che dobbiamo procedere sul percorso, con intelligenza e volontà. E il primo scoglio da superare è quel sentimento che si chiama “odio”.
Gli scienziati sono riusciti a dimostrare che c’è veramente una linea sottile fra amore e odio. Steve Connor, scienziato ed editore di “The Independent”, riferisce: “Gli scienziati, studiando la natura fisica dell’odio, hanno scoperto che alcuni dei circuiti nervosi del cervello responsabili di questo sentimento, sono gli stessi che vengono usati durante la sensazione di un’emozione dolce e romantica. Perciò, nonostante amore e odio sembrino essere poli opposti…il “circuito dell’odio” condivide qualcosa in comune con il “circuito dell’amore”.
Ecco la spiegazione del perché sia così difficile avere sempre pensieri positivi: crediamo di allontanarci dall’odio andando verso l’Amore, ma per il nostro cervello non ci siamo allontanati neppure di un passo. Perciò è soltanto eliminando il desiderio che possiamo acquisire la Forza dello Spirito.
Vi sono due tipi di desiderio: il desiderio dei piaceri sessuali e il desiderio narcisistico di sicurezza, ovunque la si possa trovare: nella vita o nella morte.
Nel principio del piacere primordiale, e nel suo prolungarsi, sia Buddha che Freud rilevano gravi disordini emotivi, collegati al fatto che in origine qualsiasi bisogno veniva soddisfatto come per incanto dalla madre, dando al bambino un senso di onnipotenza. Perciò alla base del desiderio lavora un narcisismo che vuole ottenere oppure evitare all’istante. I piaceri dei sensi (di tutti i 6 sensi) distolgono la mente dalle situazioni che creano angoscia, ma così facendo creano una dipendenza, perpetuando proprio quell’insoddisfazione per alleviare la quale vengono usati.
Il desiderio si basa sui due poli del falso Sé: il Sé grandioso che si sviluppa per compiacere alle richieste dei genitori, ed ha continuamente bisogno di ammirazione; e il Sé svalutato, solo, alienato e insicuro, consapevole soltanto dell’amore che gli è sempre stato negato.
Il Sé grandioso, seppure fragile e dipendente dall’ammirazione degli altri, si crede onnipotente o autosufficiente, e si ritira nell’isolamento o nella distanza emotiva; oppure, se minacciato, si aggrappa ad un aspetto idealizzato attraverso il quale spera di recuperare la propria forza.
Il Sé svalutato si aggrappa disperatamente a ciò che pensa possa alleviare la sua inconsistenza, o si rifugia in un vuoto isolato e inavvicinabile che rinforza la sua convinzione di non valere niente.
Portando alla coscienza questi due attaccamenti, ed acquistando consapevolezza delle loro manifestazioni, è possibile liberarsene. Psicologicamente parlando, è quindi necessario diventare consapevoli delle immagini del falso Sé senza crearne di nuove. Esotericamente parlando eliminare il falso Sé vuol dire gestire i propri desideri e avvicinarci alla perfezione.
Un racconto sulla creazione dice che, quando l’Essere Supremo volle manifestare i mondi da dentro di sé, chiamò l’universo “consapevolezza”, ed Egli per primo divenne consapevole del suo proprio infinito potenziale. Sorse così la consapevolezza dello spazio infinito. Fra questo spazio il desiderio (ossia la voglia di espandere) ha creato il primo movimento consapevole, e questo movimento è diventato l’elemento sottile dell’aria il quale, con la sua rotazione ed attrito, ha generato un intenso calore, che infiammandosi è divenuto fuoco. Questo fuoco, continuamente alimentato dall’aria, si è scomposto in acqua che in seguito, scendendo sulla Terra, si è coagulata. Allo stesso modo il processo contrario riporta tutto all’origine: la terra viene ridisciolta nell’acqua caotica dalla quale è derivata e, sublimandosi, ritorna al fuoco celeste.
Questo doppio processo di emanazione e riassorbimento viene anche chiamato creazione e distruzione ed è sempre accaduto. Il fenomeno chiamato “Big Bang” è solo un evento locale nel pluricosmo. Da questo possiamo capire che i quattro elementi (fuoco, aria, acqua, terra) non sono entità separate, ma un super-elemento che può cambiarsi in uno qualsiasi secondo le sue necessità. I filosofi considerano soltanto quattro elementi per il loro lavoro pratico, e si sforzano di creare un perfetto ed equilibrato estratto dei quattro, culminante in una quinta essenza, chiamata “sostanza universale”. Questa sostanza non è altro che lo Spirito Iniziale, nella sua forma di Luce congelata che dà vita a tutte le cose.
I tre regni della natura: minerale, vegetale ed animale, devono perciò la loro esistenza a quest’unico elemento, in grado di dare “principio”.
L’avanzamento tecnologico del progresso non ha segnato solo l’inizio di questo millennio, ma anche le relazioni affettive hanno e stanno ancora subendo profonde trasformazioni che rivoluzionano il concetto di amore. Quello che si cerca oggi è una relazione compatibile con i tempi moderni, nella quale ci sia l’individualità, il rispetto, l’allegria e il piacere di stare insieme, e non più una relazione di dipendenza in cui uno responsabilizza l’altro per il suo benessere.
L’idea che una persona possa essere la medicina per la nostra felicità, è un concetto che nacque con il romanticismo, ed è destinata a scomparire in questo inizio di secolo. L’amore romantico partiva dalla premessa che siamo soltanto una parte e che abbiamo bisogno di incontrare la nostra altra metà per sentirci completi. Ora sappiamo che non è così. Molte volte, però, per progredire occorre un processo di spersonalizzazione che, storicamente, tocca maggiormente la donna; lei abbandona le sue caratteristiche, per amalgamarsi al progetto maschile.
La teoria del collegamento tra opposti viene anche da questa radice: l’altro deve fare quello che io non faccio. Se sono docile, l’altro deve essere aggressivo, e così via. Un’idea pratica di sopravvivenza, ma comunque molto poco romantica.
La parola d’ordine di questo secolo è invece “associazione”. Stiamo scambiando l’amore con il desiderio. Mi piace e ne desidero la compagnia, ma non è necessaria.
Con l’avanzata della tecnologia, che esige più tempo individuale, le persone stanno perdendo la paura di restare sole, e apprendono a convivere meglio con se stesse. Stanno cominciando a percepire che si sentono sì una frazione, ma sono anche intere. E anche l’altro, con il quale si stabilisce un collegamento, si sente sia una parte che un intero. Perciò non è né un dominatore né un salvatore di qualcosa. È solo un compagno di viaggio.
L’uomo è un animale che cambia il mondo, e poi deve riciclarsi, per adattasi al mondo che ha fabbricato. Stiamo entrando nell’era dell’individualismo, che non ha niente a che vedere con l’egoismo. L’egoista non ha energia propria; egli si alimenta dell’energia che viene dall’altro, sia finanziariamente che moralmente.
La nuova forma d’amore, ha un nuovo significato e caratteristica. Si cerca l’approccio di due interi, e non l’unione di due metà. E ciò è possibile solamente a coloro che hanno lavorato su se stessi per conseguire la propria individualità. Più un individuo è capace di vivere solo, più sarà preparato per una buona relazione affettiva.
La solitudine è buona, restare soli non é vergognoso. Al contrario, dà una dignità personale. Le buone relazioni affettive sono ottime, così come restare soli, perché nessuno esige qualcosa da nessuno e tutti e due crescono. Relazioni dominanti e di concessioni esagerate sono cose del secolo passato. Ogni cervello è unico e il nostro modo di pensare e di agire non serve di referenza per valutare nessuno.
Molte volte pensiamo che l’altro sia la nostra anima gemella ma, in verità, ciò che facciamo è inventarlo per il nostro piacere.
Tutte le persone dovrebbero rimanere sole di tanto in tanto, per stabilire un dialogo interno e scoprire la propria forza personale. Nella solitudine, l’individuo capisce che l’armonia e la pace dello spirito possono essere trovate solo dentro se stessi, e non tramite gli altri. Percependo questo, l’essere umano sarà meno critico e più comprensivo circa le differenze, rispettando la personalità degli altri.
L’amore di due persone “intere” è ben più salutare. In questo tipo di legame, c’è il ricovero, il piacere della compagnia e il rispetto per l’essere amato. Perché non sempre è sufficiente essere perdonato, talvolta devi imparare a perdonare te stesso.
(tratto da un articolo di BETH NORLING)