La saggezza della Kabbalah dice che tutti noi scopriamo, osservando la nostra vita, che ciò che ci spinge ad eseguire svariate azioni è in effetti il desiderio di conseguire piacere e godimento. Cambiamo il posto di lavoro, la macchina, andiamo all’estero o mangiamo in un buon ristorante per trarvi soddisfazione. E’ la nostra natura, è l’ego quello che ci spinge a rincorrere continuamente i piaceri; per riempire se stesso. Il problema è che il piacere rilevato da ogni cosa che ci sforziamo di ottenere si dilegua in poco tempo.
Cercando di ottenere il piacere sperato, spesso ci imbattiamo in desideri di altre persone che ci disturbano, e di conseguenza si creano dei conflitti; questo accade ovunque, in famiglia, nel posto di lavoro, e a livello politico e mondiale. Si giunge così ad una situazione nella quale sono azionate su di noi sia una pressione esteriore che una pressione interiore, e gradualmente ci appare sempre più chiaro il fatto che ciò che ci porta sofferenza è seguire l’ego. E questo nonostante l’uso dell’ego ci aiuti ad esistere, a svilupparci, a “fiorire”, a godere della vita. Ma improvvisamente, proprio quando otteniamo il massimo successo o la massima prosperità, si espande in noi una strana percezione di vuoto e la vita diventa nuovamente senza gioia.
La Luce che la Kabbalah apporta alla nostra vita, rivela quindi che ai nostri giorni siamo ancora schiavi dell’ego; ed è proprio questa Luce che può aprire un varco per far percepire che ci può essere una vita ben diversa e più bella. Come conseguenza di questa apertura l’ego che è in noi comincia a ricevere duri colpi, poiché inizia a crearsi un potente bisogno di “uscire da se stessi”, verso la libertà.
E’ questo il vero significato della libertà: l’uscita dalla schiavitù dell’ego. Oggi questa uscita è più vicina che mai ed abbiamo fra le mani l’opportunità di “accelerarla” tutti insieme. Quando usciremo e saremo liberi, si rivelerà davanti a noi un nuovo modo di vivere la vita. Sarà una vita d’unione ed amore fraterno, una vita di pace e tranquillità su tutti i livelli, compreso quello personale e quello sociale.
“Povero”, secondo la Kabbalah, vuol dire “povero in conoscenza”, e allude alla sensazione di vuoto della nostra attuale situazione, che è quella di chi percepisce che può possedere tutto e ciononostante gli manca qualcosa.
Il pane azzimo è un altro esempio simbolico di questo concetto. Infatti, è interessante constatare come nel processo della cottura del pane azzimo si sia molto meticolosi nell’impastare la pasta senza interruzioni, affinché non lieviti. Ciò che è lievitato simboleggia, nella saggezza della Kabbalah, il desiderio egoistico col quale siamo stati creati, che ci imprigiona, all’interno, in quel ristretto mondo di amore per noi stessi. Similmente al modo col quale viene impastato il pane azzimo, noi dobbiamo controllare continuamente qual è il desiderio che ci guida, verso dove è direzionato il nostro sguardo, se solo verso noi stessi o se anche verso il prossimo. È ovvio che da soli, con le nostre sole forze, non si sia capaci di sopraffare l’ego; perché questa è la natura umana. Però il controllo stesso e l’aspirazione ad un cambiamento edifica in noi il vero appello verso la Creazione, la vera richiesta di aiuto per correggere l’ego. Solo così avverrà il cambiamento desiderato.
C’è un’antica usanza, solo in apparenza materiale, che in realtà accenna ai processi spirituali. Si tratta dei quattro bicchieri di vino, ovvero delle quattro fasi dell’uscita dall’ego.
Il bicchiere simboleggia, nella Kabbalah, la nostra capacità di ricevere la Luce che proviene dal Creatore. I kabbalisti hanno scoperto che l’unica qualità che esiste nella Creazione è la qualità dell’amore quindi, se ci relazioniamo l’uno con l’altro con amore, così come il Creatore si atteggia con noi, diventiamo simili a LUI, ed in questo caso la Luce ci colma.
Il vino (ma potrebbe essere anche acqua pura di fonte) simboleggia la Luce della Creazione che opera su di noi in due fasi: nella prima fase la Luce ci libera dal dominio dell’ego, e con questo fa divenire simili al Creatore; nella seconda fase ci riempie della Sua essenza.
Ma perché si devono bere proprio quattro bicchieri durante questo rituale e non cinque o sei?
I quattro bicchieri alludono ad un processo basilare dell’antico concetto della Creazione. I Saggi raccontano che l’ego che è in noi è stato creato in quattro fasi e che la sua correzione deve avvenire anch’essa secondo lo stesso ordine. Ne consegue che i quattro bicchieri simboleggiano le quattro fasi dell’uscita dall’ego verso il mondo spirituale il quale, per il momento, ci è nascosto.
Solo dopo essere usciti dal buio scopriremo che “siamo stati schiavi” e che ora siamo “liberi”. Allora è scritto che potrai raccontarlo a tuo figlio.
E a questo punto incontriamo altri simboli, perché i “Figli” simboleggiano tutta una serie di situazioni che noi passeremo durante la vita. Il “Padre” simboleggia la nostra situazione attuale, mentre il figlio simboleggia la nostra prossima situazione, ossia una situazione più evoluta. Padre e figlio sono quindi due situazioni che dobbiamo attraversare durante il nostro sviluppo spirituale.
Anche questo concetto evidenzia che tutte le situazioni meravigliose che percepiamo collegandoci al mondo spirituale sono l’effetto di questa uscita, di questo allontanamento dall’ego. E solo dopo questa liberazione si apriranno davanti a noi nuovi orizzonti.
(liberamente tratto dal giornale Kabbalah LaAm)
Venerdì, primo giorno del mese e primo quarto di Luna.
Un trittico veramente speciale. Osserviamo la situazione.
La luna di maggio è la luna della coppia, della gioia, degli amori, dei sapori, dei piaceri. Da l’avvio alla stagione calda. Tutta la natura si trova in una fase espansiva e si prepara a dare i suoi frutti.
Il segno zodiacale che caratterizza questo mese è quello del Toro, il primo segno di Terra dello Zodiaco. Un segno profondamente femminile e sensuale (simboleggia la donna, la Madre, il primo rapporto con gli altri), ed è dominato da Venere, la dea della bellezza, dell’amore, del piacere, l’archetipo dell’amante. E’ esaltato da Giove, pianeta dell’espansione e della crescita.
Il segno grafico del Toro significa sole e luna; infatti a livello spirituale in questo mese si celebra una coppia sacra: l’unione fra il Sole e la Terra. Ed è da questa rinnovata unione che tutti gli esseri viventi traggono nutrimento, sia materiale che spirituale.
Il mese di maggio seduce. Incanta con i suoi colori, con i suoi profumi e con il suo anelato tepore. E’ quindi il tempo più propizio per lasciarci avvolgere dalla vibrazione dell’Amore e dal piacere della nostra creatività Interiore; anche se il segno del Toro, essendo soprattutto un segno tattile, tende istintivamente ad essere affascinato soprattutto da livelli più vicini alla materia.
Ma questo non significa che non possa riconoscere e sperimentare gioie più elevate, entrando in sintonia con il senso dell’abbondanza cosmica, e trasformando in un sentiero di crescita spirituale la rigogliosa pienezza della natura dentro di sé.
Anzi, è proprio in questo mese che tutti noi possiamo riuscire a costruire più certezze, sia materiali che spirituali.
Il primo quarto di Luna incoraggia le iniziative, dona conferme, amplia le possibilità. E’ dunque un momento molto importante per tutti gli esseri viventi, sotto qualsiasi aspetto.
Col primo giorno di maggio cominciano perciò sette giorni magici, che aspettano solamente di essere utilizzati al meglio!
È stato detto che occorre un evento emozionale significativo per generare un cambiamento. Anche la tanto decantata (e discussa) Legge di Attrazione lo insegna.
La nostra attuale situazione finanziaria potrebbe scatenare un tale evento? È possibile che stiamo incominciando a vedere che l’avidità non va bene? Come abbiamo visto spesso nel passato, tutta la speculazione arriva ad una fine quando non c’è un fondamento reale, e come tutti gli schemi di Ponzi i vincitori vanno via e gli sconfitti restano con un pugno di mosche.
L’essenza di tutto questo è sempre l’egoismo, e il desiderio per il proprio piacere. Viviamo in una cultura che glorifica la ricchezza, la fama, il potere, nonostante tutto quanto dimostri che essi non portano la felicità.
Ma se noi esaltassimo la statura di “chi dà” e riducessimo la statura di “chi prende”? Come sarebbe il mondo se tutti si preoccupassero per gli altri invece che per sé stessi?
Questo concetto è la premessa fondamentale nella Kabbalah autentica. È forse arrivato il tempo di portare alla luce questa antica saggezza e di imparare come possiamo creare una società che ama il prossimo come se stesso. E’ arrivato il tempo per cominciare a vedere che la felicità non ha attinenza con la ricchezza, la fama e il potere.
Nel nostro mondo ci sono risorse sufficienti. Ce n’è abbastanza per tutti. Tutto ciò che dobbiamo fare è esaltare la personalità della condivisione e ridurre la personalità del prendere. Ci accorgeremo allora che è davvero meglio, che è davvero molto più gratificante dare che ricevere.
Prenditi un momento per chiudere gli occhi e immaginare tutte le possibilità e il potenziale che avremmo se fossimo tutti concentrati nell’aiutarci l’uno con l’altro. Come sarebbe questo mondo? Come sarebbe sentirsi parte di un tutto così meraviglioso?
Ebbene…..uniamoci e lo scopriremo!
Nessuno di noi sa bene quali siano le azioni da fare per avvicinarci alla perfezione della Matrice. Le religioni ci indicano dei rituali e delle regole che potrebbero farci ottenere questo scopo, ma il tempo passa e ci accorgiamo che invece di avvicinarci al traguardo ce ne allontaniamo sempre di più. Ciò che vogliamo raggiungere ci appare così lontano dalla nostra realtà, dalla vita di tutti giorni, dalla felicità che il nostro cuore sogna.
E allora come possiamo fare? Gli antichi saggi suggeriscono di guardare i bambini.
I bambini osservano i grandi e li imitano nel tentativo di diventare come loro. E se i loro idoli sono persone meritevoli, essi diventeranno meritevoli; se invece i loro idoli sono dei cattivi esempi, li imiteranno con le conseguenze che poi tutti, purtroppo, vediamo nel mondo.
Quindi noi, i grandi, dovremmo imparare ad osservare la bellezza della creazione e imitarla. Qualcuno o qualcosa ci ha dato tutto senza chiedere nulla in cambio; e questo dovrebbe bastare a renderci completamente felici.
L’Essere muore come persona, ma mantiene in sè quel desiderio di “dare” che è tipico della sua creazione; è questa la vera anima dell’uomo, il suo embrione. Ma capita che dopo la morte quest’anima si rivestirà di un corpo che erroneamente desidererà ancora di ricevere.
Occorre spezzare questo circolo: se l’uomo non sviluppa il desiderio di dare mentre è in vita, e dunque neppure la sua anima, morirà ancora come terra, ancora come materia.
La natura spinge i bambini all’imitazione perché in loro l’embrione della vera anima ancora si fa sentire, e noi dovremmo re-imparare da loro quello che abbiamo dimenticato, perché è questo il vero piacere della vita, è questa la felicità: “l ‘equivalenza con la forma universale”.
“La più bella e più profonda emozione di cui possiamo avere esperienza è la sensazione del misticismo. E’ la radice di tutte le scienze vere.
Colui al quale questa emozione è straniera, che non rimane più assorto nella meraviglia, è come morto.
Quella profonda consapevolezza emozionale della presenza di una forma mentale superiore, che è rivelata nell’incomprensibile universo, è la mia idea di Dio”.
Albert Einstein
Innanzitutto cerchiamo di comprendere quale sia il significato abituale di libertà, nel modo in cui viene comunemente inteso.
In generale possiamo considerare la libertà come una legge naturale, applicabile a tutta la vita. E non è un caso che l’umanità abbia combattuto, e combatta ancora, per ottenere sufficienti condizioni di libertà individuale. Eppure il concetto espresso nella parola “libertà” appare sempre molto vago, e se provassimo ad approfondire questa parola non ne rimarrebbe quasi nulla. Questo avviene perché prima di cercare la libertà dell’individuo, dovremmo far nostro il principio che ogni individuo, di per sè, possiede già la caratteristica chiamata libertà, vale a dire che può agire secondo la propria scelta e la propria libera volontà. Se invece osserviamo molte delle azioni di un individuo, ecco che le troviamo necessarie, in quanto egli è costretto a compierle, non avendo nessuna possibilità di scelta.
Per capire meglio questo concetto possiamo usare una metafora dei kabbalisti, i quali asseriscono che l’individuo assomiglia ad uno stufato messo sul fuoco, che non ha nessuna scelta imprigionato com’è in una pentola e costretto ad essere cotto; per l’individuo è lo stesso, perché qualcosa lo ha imprigionato, per tutta la vita, fra due legami: il piacere e il dolore. E persino la determinazione del tipo di piacere e di beneficio non proviene affatto dalla scelta e dalla libera volontà dell’individuo, ma invece accade secondo la volontà e i gusti della società.
E allora dov’è la libertà del libero arbitrio? D’altronde se si presume che la volontà non è libera, e ognuno di noi non è che una macchina che agisce secondo forze esterne che lo costringono ad agire in quel modo, ciò significa che ognuno è imprigionato in qualcosa che, usando i due vincoli del piacere e del dolore, lo attira o sospinge secondo la sua volontà, là dove ritiene sia necessario.
E questa cosa risulta completamente strana non soltanto agli ortodossi, che credono nella Provvidenza e nel fatto che nella Sua condotta vi sia sempre uno scopo buono; ma ciò risulta ancora più strano a coloro che credono nella natura, dal momento che secondo quanto detto sopra ognuno è incatenato dai vincoli d’una natura che non ha consapevolezza, di una natura cieca che ci conduce non sappiamo dove.
Ma è pur vero che esiste una connessione generale tra tutti gli elementi della realtà che si presenta ai nostri occhi, e che questa connessione procede e cammina secondo la legge di casualità e attraverso il meccanismo di causa ed effetto. Qualsiasi forma di condotta personale è quindi il risultato di fattori precedenti, che l’hanno obbligata a recepire quel dato cambiamento pertinente a quella data condotta. Quindi ogni formazione di questo mondo non è richiamata qui come un’esistenza che proviene dall’inesistenza; ma è invece un’esistenza proveniente da un’esistenza.
E’ cioè un’esistenza che si è spogliata della sua forma precedente e si è rivestita della forma attuale.
E tutto ciò è chiaro a chiunque esamini la natura da un punto di vista puramente scientifico, senza preconcetti e soprattutto senza condizionamenti.
Perché nel nostro mondo le donne soffrono più degli uomini? Perché ogni donna, a qualsiasi categoria sociale appartenga, si sente insoddisfatta di qualcosa nella sua vita, si sente in qualche modo inappagata, desidera più calore e amore, più simpatia e sostegno?
Sembra che questa mancanza di riempimento sia incorporata nella natura della donna, che la vera ragione stia nella spiritualità, e che può essere risolta soltanto dalla spiritualità. I ricercatori spirituali dicono che una donna non potrà mai essere pienamente soddisfatta o appagata dalla vita materiale, ma soltanto dalla realizzazione spirituale. Ma perché questo?
Osserviamo come la mancanza di appagamento di una donna sia molto più profonda rispetto a quella di un uomo. La maggior parte degli uomini trae piacere anche solo dal guardare una donna. Ma quante donne provano piacere semplicemente dal guardare un uomo? Un uomo ha una moltitudine di interessi: il calcio, la tv, le donne, la birra, e le avventure (non arrabbiatevi per favore…sono statistiche). Una donna vuole qualcosa di più profondo di tutto questo.
Proviamo a spiegarci il motivo per cui il nostro mondo è fatto in questo senso. Si dice che nella spiritualità la donna è quella che sente per prima questa mancanza di riempimento. Ma questa sensazione può diventare una chance senza precedenti: ogni donna deve soltanto capire correttamente questo suo bisogno e utilizzarlo per spingere anche l’uomo verso il raggiungimento della meta spirituale. Deve cioè attrarre la Luce dall’Alto e portarla su se stessa.
Attualmente non è facile comprendere pienamente come funziona tutto questo. Ma se apriamo gli occhi dello spirito potremo allora vedere come queste sensazioni di inappagamento delle donne possono essere usate in modo mirato, per raggiungere l’obiettivo spirituale.
La Natura costringe sia gli uomini che le donne a raggiungere la spiritualità mentre ancora vivono in questo mondo. Ed è proprio attraverso la sensibilità di queste ultime che la Luce scende e va a riempire tutte le mancanze.
Vi sono due tipi di desiderio: il desiderio dei piaceri sessuali e il desiderio narcisistico di sicurezza, ovunque la si possa trovare: nella vita o nella morte.
Nel principio del piacere primordiale, e nel suo prolungarsi, sia Buddha che Freud rilevano gravi disordini emotivi, collegati al fatto che in origine qualsiasi bisogno veniva soddisfatto come per incanto dalla madre, dando al bambino un senso di onnipotenza. Perciò alla base del desiderio lavora un narcisismo che vuole ottenere oppure evitare all’istante. I piaceri dei sensi (di tutti i 6 sensi) distolgono la mente dalle situazioni che creano angoscia, ma così facendo creano una dipendenza, perpetuando proprio quell’insoddisfazione per alleviare la quale vengono usati.
Il desiderio si basa sui due poli del falso Sé: il Sé grandioso che si sviluppa per compiacere alle richieste dei genitori, ed ha continuamente bisogno di ammirazione; e il Sé svalutato, solo, alienato e insicuro, consapevole soltanto dell’amore che gli è sempre stato negato.
Il Sé grandioso, seppure fragile e dipendente dall’ammirazione degli altri, si crede onnipotente o autosufficiente, e si ritira nell’isolamento o nella distanza emotiva; oppure, se minacciato, si aggrappa ad un aspetto idealizzato attraverso il quale spera di recuperare la propria forza.
Il Sé svalutato si aggrappa disperatamente a ciò che pensa possa alleviare la sua inconsistenza, o si rifugia in un vuoto isolato e inavvicinabile che rinforza la sua convinzione di non valere niente.
Portando alla coscienza questi due attaccamenti, ed acquistando consapevolezza delle loro manifestazioni, è possibile liberarsene. Psicologicamente parlando, è quindi necessario diventare consapevoli delle immagini del falso Sé senza crearne di nuove. Esotericamente parlando eliminare il falso Sé vuol dire gestire i propri desideri e avvicinarci alla perfezione.
Quello che normalmente chiamiamo amore è l’utilizzo che facciamo degli altri per auto soddisfazione, è il soddisfacimento egoistico di una persona per mezzo di un’altra, che si tratti di soddisfacimento sessuale o di qualsiasi altro tipo di appagamento che riceviamo da un’altra persona. E chiaramente, questo non è amore.
Allora cos’è l’amore? L’amore è quando non presti alcuna attenzione a te stesso, ma prendi i desideri di un’altra persona e cerchi di soddisfarli esattamente nel modo in cui vorrebbe. In altre parole, tu trasformi te stesso in un vaso di riempimento per l’altra persona. Questo è vero amore, ed esiste solo nel mondo spirituale. E non vi è alcuna differenza se si tratta di un uomo o di una donna: ciò che è realmente importante sono i desideri, l’anima.
Al contrario, quando noi parliamo di amore in questo mondo, in realtà stiamo parlando di attrazione e piacere indotti da ormoni. Se staccassimo una persona dal suo sistema ormonale, questa persona non sarebbe in grado di provare “amore”. Questo dimostra ancora una volta che ciò che solitamente pensiamo essere amore, è solo un desiderio egoistico di godere. A volte questo desiderio può addirittura essere crudele, desideroso di ricevere soddisfacimento ma a scapito di un’altra persona.
Quindi, l’amore che sta sulle labbra di tutti è davvero un’illusione, e non esiste nella realtà. Questo perché tutti i nostri desideri sono basati solo su un unico desiderio, quello di soddisfare noi stessi. Anche quando diamo qualcosa agli altri lo facciamo solo per il fatto che ci dà piacere. La nostra azione di dare, perciò, non ha il senso che crediamo, perché quello che conta davvero per noi, mentre compiamo quell’azione, è ciò che noi sentiamo.
L’amore vero esiste soltanto nel mondo spirituale.
Spesso il bodhisattva della compassione viene raffigurato con in mano uno specchio e una fiamma purificatrice, a significare che le sofferenze possono essere alleviate soltanto quando si riescano a vedere nello specchio le emozioni rifiutate. E queste, ove vengano riconosciute, diventano a loro volta terapeutiche (un punto che non è sfuggito a Freud). Quelle forze emozionali, che rifiutiamo come se non ci appartenessero, ci tengono prigionieri in una cella costruita con le nostre stesse mani, quindi soltanto noi siamo in grado di demolirne le pareti per ritrovare la nostra Felicità.
Il Buddha della compassione viene anche raffigurato con un libro in mano, a simboleggiare la capacità di pensiero, di parola e di riflessione (di cui la nostra natura più bassa è priva) come strumento di sublimazione delle pulsioni e degli impulsi istintuali, che per i loro limiti non sono favorevoli all’attuazione integrale del soddisfacimento; e che quindi, inevitabilmente, conducono ad uno stato di insoddisfazione poiché il piacere, qualsiasi forma abbia, non può essere mantenuto.