Se fossimo corretti nei confronti della vita sentiremmo molto meno il dolore, e vivremmo tutto con un sereno senso di distacco; che è il distacco da noi stessi.
Non esiste un comandamento del soffrire; l’Universo, o la Creazione, o comunque lo si voglia chiamare, non ce lo impone; anzi, proprio non lo vuole; siano noi che abbiamo creato l’immagine del “Giusto che soffre”. Forse in tutta la storia qualcuno, per volontà Superiore, ha portato fardelli non suoi; questo sarà sempre un mistero, e rientra nelle infinite sfaccettature del Divino. Però sappiamo che non è la situazione di questa umanità. Noi non siamo, ancora, il “giusto”; pensarlo sarebbe presunzione: noi soffriamo semplicemente per la legge di causa-effetto. E per uscirne dobbiamo arrivare a non dare valore al male, nè in positivo nè in negativo. Bene e male sono concetti che non possiamo cogliere, perché vediamo solo fugaci manifestazioni di radici superiori, che non conosciamo. Al massimo possiamo dire che nella vita vi sono cose dolci e cose amare; ma quante volte abbiamo sperimentato che il dolce a un certo punto diviene amaro, e l’amaro dolce?
E’ necessario imparare a ragionare in maniera più ariosa, estesa, intelligente. E intelligente vuol dire a trecentosessanta gradi, prendendo in considerazione tutti gli elementi, togliendo se stessi sempre più spesso dalla scena, per analizzarla in maniera distaccata.
E’ solo la Luce Universale che può correggere la nostra rotta, il nostro percorso, e questa Luce non agisce se siamo pieni di noi stessi, pieni della nostra materia. Quindi non serve a nulla porsi la domanda “dove sono ora?” oppure “che significa questo?” Perché la domanda è il vaso, il contenitore, (ossia noi), mentre la risposta è data dalla Luce. Noi (il vaso) non possiamo dare risposte, non siamo in grado di farlo. Dobbiamo aspettare che sia la Luce a dare la giusta risposta, e la Luce ha i suoi tempi: occorre aspettare con pazienza il suo sorgere, per poter vedere bene, per distinguere bene i contorni delle sue risposte. Tenendo sempre presente che la Sorgente non muta e non muterà mai; è la nostra percezione che dovrà mutare. Impareremo perciò a modificarci e a uniformarci, poco alla volta, alle Leggi della Creazione; e quando non saremo più opposti a queste, smetteremo finalmente di nuotare contro corrente; e la sofferenza sarà sconfitta.
Il mondo terreno è ancora tutto. Così ci è stato insegnato. Tutto si concentra in questo mondo. La Terra è per noi il centro dell’universo, e non siamo lontani dai primitivi che non avevano altro orizzonte se non questo. La terra è diventata Madre Terra e questo dice molte cose. Ma per chi apre i suoi occhi e tende tutto se stesso verso il Mondo dello Spirito, la realtà appare diversa. Questo mondo è solo un sottolivello del mondo spirituale. Dobbiamo rendercene conto e vedere la Terra nelle debite proporzioni. Perciò, senza nulla togliere a questa Madre, teniamo sempre presente che è tale solo per quanto riguarda il nostro passaggio transitorio, e che il suo ruolo è quello di subalterno al Mondo Spirituale, di cui fa parte, è vero, ma solo nella zona d’ombra. Quindi non identificarsi con essa è fondamentale, per mantenere la giusta direzione e poter accedere al serbatoio di Luce.
Lo Spirito è quella parte dell’essere umano che è immortale ed eterna e che lo spinge verso la crescita e l’evoluzione. Quando si comincia a percepire il desiderio di conoscere il senso della vita, quando si anela ad una unione con il Tutto, è il nostro Spirito che ci muove.
Nella coscienza inconscia di ogni essere umano sono contenute un’immensità di immagini primordiali, collettive e immutabili, che lo collegano alla storia del pianeta e dell’umanità, alla storia dell’Universo. Perciò è nella profondità del nostro essere che possiamo ritrovare quell’Unità che ora si trova spezzettata dentro di noi.
Jung definì queste immagini primordiali, questi elementi dell’Inconscio Collettivo, Archetipi, considerandoli veri e propri organi psichici, dal cui buon funzionamento dipende la salute dell’individuo; mentre il contrario può dare origine a disturbi e sintomi, sia fisici che mentali.
Anche i Miti, le Leggende e le Fiabe sono rappresentazioni dell’Inconscio Collettivo, e tutti i personaggi e le figure fantastiche che li abitano sono in realtà degli Archetipi Universali. Il concetto che sta alla loro base è che la nostra vita è pur sempre un’impresa Eroica, comunque la si conduca, e che va affrontata. Gli Archetipi sono i depositari di poteri evolutivi come fiducia (l’Orfano), autonomia (il Viandante), amore (il Martire), coraggio (il Guerriero), gioia (il Mago). L’Io è solo il “contenitore”, la struttura che ci relaziona con il mondo, la maschera sociale, nonché la percezione che esistono dei confini e delle regole.
Se vogliamo ricongiungerci con il Tutto, se aneliamo davvero a quell’Unità da cui ci siamo separati è necessario intraprendere un grande viaggio interiore attraverso quei simboli primordiali che sono collegati all’Universo. E in questo viaggio possiamo farci luce anche analizzando le fiabe. Cappuccetto Rosso, per esempio, è la classica rappresentazione dei passaggi evolutivi dall’infanzia, all’adolescenza, alla maturità, alla vecchiaia.
Quando Cappuccetto Rosso saluta la mamma per andare a trovare la nonna (archetipo del Saggio), in realtà sta cominciando il suo Viaggio nella Vita. L’attraversamento del bosco è l’avventurarsi nei misteri dell’Inconscio personale, mentre l’incontro con il Lupo (simbolo della maschera sociale, o anche della propria Ombra) rappresenta la perdita dell’Innocenza (che è il primo archetipo non evolutivo).
Ma è proprio grazie a quell’incontro che la bambina potrà intraprendere la strada della propria evoluzione, e diventare una donna adulta.
Il Viaggio della Vita, così come nelle fiabe, è pieno di rischi e di pericoli, ma solo in questo modo avremo la possibilità di riappropriarci della parte più autentica e perfetta del nostro essere e ricongiungerci con la nostra parte spirituale.
…e tu lo sai che ti sento. Sia che tu mi sia vicino, sia che tu sia distante.
La parola “empatia”, dal greco en “dentro” e pathos “sentimento”, è la capacità di offrire la propria attenzione ad un’altra persona, mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri personali, immedesimandosi senza sconfinare nell’identificazione. E’ quella caratteristica che fa accettare ogni aspetto dell’altra persona, ogni sentimento espresso o non espresso, ma senza nessun tipo di giudizio. Soltanto grazie a questa assenza di giudizio si potrà avere una comprensione empatica di quanto l’altro “sente”, e allora l’incontro sarà un incontro evolutivo, di due anime che comunicano e che si comprendono.
Entrando in relazione empatica con gli altri impariamo una grande lezione di umiltà e di amore incondizionato, dalla quale potremo trarre molto giovamento, e uscirne addirittura arricchiti e trasformati. La natura umana è un organismo fatto di corpo, emozioni e spirito, all’interno dei quali circola una grande forza, una grande energia interiore; questa forza, oltre ad essere l’indispensabile spinta vitale di tutti gli organismi viventi, è anche la base dell’evoluzione, sia dell’uomo che della natura.
Fai della tua vita una serie infinita di incontri empatici, trasformala in un flusso continuo di sensazioni e di partecipazioni condivise. Diventa un “innamorato” della vita e di tutto ciò che vive; aprirai così il tuo spirito alla ricerca della verità e di quell’Energia Infinita da cui tutto proviene.
E’ questo il segreto dei grandi terapeuti:

E dei grandi leader:
“Cosa state aspettando?” chiese ad un gruppo di persone assiepate lungo una strada. “Non sai? Un grande re passerà di qui e vogliamo vederlo.” “Un grande re? E quanti re ha fatto?” chiese lui. “Un re fare altri re?” gli replica l’uomo attonito. Ma il giovane lo guarda e dice: “Quelli che voi considerate re non lo sono. Un vero re è colui che fa diventare tutti re. È colui che governa la propria vita ma non la vita degli altri, e invece li aiuta a governarsi da sé. Venite con me e vi dirò il segreto per diventare dei veri re”.
E insieme giunsero in un’altra località, dove tanta gente stava intorno ad una statua. “Chi rappresenta?” chiese il giovane sadhu. “Non sai che questo è il nostro grande leader? Gli stiamo rendendo omaggio nel giorno della sua nascita”. “Un grande leader? E quanti leader ha fatto?” L’uomo, confuso dalla domanda, gli ribatté dubbioso: “Un leader fare altri leader? Questo è un leader perché ha dato vita a un buon sistema sociale e milioni di persone sono diventati suoi seguaci”. Allora il giovane spiegò: “Un vero leader è colui che fa diventare tutti leader. Un vero leader sa che ogni persona è un potenziale leader in grado di governare la propria vita. Un vero leader non dice “Seguitemi”, ma “Seguite voi stessi”. Venite con me e vi dirò il segreto per essere anche voi dei grandi leader”.
(racconto buddhista)
Al forum interamente dedicato al tema della Felicità che si è tenuto per la prima volta a San Francisco, Robina Courtin, organizzatrice dei due giorni della conferenza «Happiness & Its Causes» ha detto: “Non possiamo garantire la serenità economica, ma possiamo sempre essere felici nello spirito”.
I partecipanti alla conferenza hanno discusso di compassione, di ricerca della felicità, del “perché alle zebre non viene l’ulcera”, dell’importanza di avere un atteggiamento positivo e di ridurre lo stress e, non ultimo, dell’ideale di “vivere il presente”. Senza dimenticare che ogni qual volta succede qualcosa di brutto bisogna avere coraggio e dire a se stessi che si è in grado di gestire anche le cose più negative, ha aggiunto in sintesi la Courtin.
In questi ultimi anni, attorno al tema della felicità, sembra si sia creato un vero e proprio bisogno: se ne discute nelle aule universitarie, è diventato argomento di ricerca accademica e se ne parla in un numero sempre maggiore di libri. Il dottor Paul Ekman, lo psicologo noto per aver decifrato le microespressioni facciali che sono in grado di rivelare i sentimenti, ha detto: “Sappiamo molto di più sulla tristezza che sulla felicità”. Di conseguenza è meglio cominciare ad informarsi.
Un punto fermo pare sia già stato raggiunto: tutti gli studi condotti sull’argomento nel corso degli ultimi decenni concordano nel dire che sì, è proprio vero, il denaro non fa la felicità. I Masai del Kenya ne sono la dimostrazione: secondo quanto è risultato da una delle tante ricerche, la popolazione indigena del Kenya risulta essere felice tanto quanto lo sono gli uomini più ricchi d’America.
Un’antica concezione del centro suona più o meno così: “si trova ovunque e la sua circonferenza non è da nessuna parte” assimilando lo spazio, con queste parole, ad un vuoto che abbraccia tutto, ma che è anche la base di ogni esistenza. E così come non si può definire materialmente lo spirito, lo stesso avviene per lo spazio vuoto, che non può essere caratterizzato se non attraverso il rapporto che esiste fra le cose, oppure attraverso i simboli e i loro codici. Quindi ci dobbiamo accontentare di identificare l’Elemento Primordiale con il simbolo della luce, del suono, o del vento (il soffio dello spirito).
Sembra che l’Universo sia una cosa unita e forse anche ordinata, ma la nostra mente, pur facendone parte, è incapace di comprendere questa Unità; anche se ci sforziamo di capire e con ogni mezzo cerchiamo di avvicinarci alla soluzione, restiamo sempre un passo indietro, senza riuscire a dissolverne l’ermeticità. Per assurdo, la Parte (noi) non comprende cosa sia il Tutto ed è per questa ragione che i simboli e i miti sono diventati i nostri codici di traduzione.
Per gli antichi Egizi è lo spazio (ossia il vuoto) che unisce tutte le cose, e nella tradizione buddista l’esperienza del vuoto è una condizione necessaria per avere la percezione della vera realtà. Insomma, per capire l’invisibile ci vuole sempre la realtà visibile, ed è proprio compito del mito rendere concreto l’invisibile.
In una metafora si racconta che Zeus, quando mise in ordine tutte le cose, chiese alla notte: “Come è possibile unire e allo stesso tempo dividere tutte le cose?” La risposta fu di avvolgere l’etere attorno al mondo e di legare il tutto a una corda d’oro. Secondo Platone la fune d’oro è il simbolo che governa le nostre passioni e non va mai allentata, mentre secondo Omero è il mezzo con cui Zeus può attirare a sé tutte le cose.
Questa corda aurea diventa quindi sia il simbolo che il mezzo per ricondurre gli uomini a Lui indicando, luminosa, il cammino attraverso il Tutto. Nella vita materiale questo antico simbolo è oggi facilmente riconoscibile con il cammino di crescita interiore, che penetra negli spazi più oscuri dell’essere umano illuminandone i profondi segreti, e avvicinandolo alla comprensione di quel Tutto di cui è parte.
Gli autori dell’antichità riconoscevano, nella fisiognomica, quattro regole: l’affinità dell’aspetto esteriore con i caratteri psicologici e morali; l’analogia tra uomo e animale; la differenza fra i sessi; l’influenza fra i diversi tipi di clima. Quando poi la fotografia entrò a far parte della vita comune, la fisiognomica fu inquadrata in un ambito ufficialmente scientifico, e furono eliminate le perplessità riguardanti il rapporto tra corpo e anima, tra apparenza ed essenza, tra forma visibile e spirito.
Il legame fra gli aspetti di carattere fisico e quelli psicologici è affermato anche nella Bibbia, che dice: “…Un poco di buono, un essere malvagio, colui al quale passa in bocca la menzogna, quando comunica socchiude gli occhi, batte i piedi a terra, e fa segni strani con le dita…”.
Aristotele ( 384-322 a.C.) diede una svolta fondamentale alla fisiognomica classica; fra le altre cose separò l’analisi dei segni in due settori: quelli permanenti e quelli temporanei, definendo i primi come segnali-traccia indelebili e oggettivi per la valutazione della persona; i secondi invece consigliava di ignorarli, perchè vincolati dalle passioni.
Anche Paracelso definì tale scienza valida per avvicinarsi alla comprensione dell’uomo ed estese la valutazione fisiognomica a tutto il corpo umano; ma soprattutto basò la sua “lettura” sulla conoscenza degli usi e delle abitudini del soggetto, un metodo questo molto vicino alla moderna “psicologia dell’espressione”. Nel suo trattato De natura rerum dice: “La costellazione interna dell’uomo nelle sue caratteristiche proprie, nella sua modalità e nella sua natura, nel suo corso e nella sua posizione, è identica alla costellazione esterna e se ne differenzia solo nella forma della materia. Il corpo trae a sè il cielo e ciò accade perché il Creatore ha dotato ogni cosa di segni esterni e visibili, che valgono come contrassegni particolari della Sua essenza”.
Nella kabbalah colui che sa interpretare i segni del volto è considerato un essere dotato di poteri divini.
Nello Zohar è scritto: “Tutto avviene quaggiù come lassù. Nel firmamento che avvolge l’Universo vediamo molte figure formate dalle stelle e dai pianeti, che rivelano fatti occulti e profondi misteri. Nello stesso modo sulla nostra pelle, che racchiude l’essere umano, esistono forme e tratti che sono le stelle dei nostri corpi”.
Continuando il tuffo nel passato troviamo l’analisi dei nèi nel trattato di Melampo, patrono dei maghi greci: “Un neo sulla fronte dell’uomo significa ricchezza e felicità, sulla fronte della donna denota che sarà potente e forse sovrana. Adiacente al sopracciglio dell’uomo, il neo predice un fausto matrimonio con una donna bella e virtuosa, e anche alle fanciulle presagisce fortuna nelle nozze. I nèi sul dorso del naso significano sensualità e stravaganza in entrambi i sessi, mentre posti alle narici significano viaggi continui. Sia nell’uomo sia nella donna i nèi delle labbra tradiscono la ghiottoneria, e sul mento predicono il possesso di oro e argento. Nèi agli occhi e al collo sono di buon augurio, perché preannunciano ricchezza e rinomanza, mentre sono infausti i nèi sulla nuca, che presagiscono pericolo di vita per mano violenta. I nèi ai lombi sono sfortunati, in quanto significano impostura e disgrazia nella prole. Sulle spalle predicono cattività e infelicità, sul torace miseria. Nèi sulle mani annunciano molti figli, e sotto le ascelle promettono un coniuge ricco e bello; quelli delle cosce annunziano opulenza. I nèi davanti al cuore, sul ventre, all’ombelico significano voracità; i nèi davanti allo stomaco indicano intemperanza nell’uomo e sobrietà nella donna”.
In tempi più recenti la fisiognomica si divide in tre branche molto diverse fra loro per metodo e approccio:
1) fisiognomica di tradizione magico-esoterica, tendente a relazionare simboli astrologici e cabbalistici con fini prevalentemente divinatori.
2) fisiognomica che cerca di far coincidere l’approccio intuitivo con quello scientifico analizzando, oltre ai segni, le proporzioni del volto e della testa.
3) fisiognomica che analizza il campo mimico della persona.
Alla fine dell’800 si pose in rilievo come fosse possibile adottare un valido metodo di analisi riferendosi ai particolari fisiognomici più trascurati: le orecchie, le unghie, gli sguardi; questo sistema fu adottato anche dal mitico detective Sherlock Holmes, evidenziando con ciò la straordinaria capacità dell’indagatore di risolvere i “casi”.
Voglio concludere questa breve carrellata con una frase di Albert Einstein relativa alla comprensione da parte nostra dei ricercatori in genere: “non ascoltate le loro parole, ma fissate l’attenzione sui loro fatti”.