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Ciao, a tutti

Ho trovato un articolo molto interessante su di un sito di scuola Theravada.

Ancora una volta dimostra che tutte le divisioni sono solo frutto della mente umana….anche quelle tra scuole……Buona lettura……

Quando cerchiamo di capire come vivere la nostra vita, dovremmo anche considerare che il modo in cui viviamo in un certo luogo produce un effetto sulla nostra mente. E’ così anche per la stanza di un monaco: se la consideriamo solo come un posto dove dormire, allora è soltanto quello. Ma se invece la abitiamo come luogo di consapevolezza, allora costruiamo qualcosa che sostiene e incoraggia la nostra pratica.

Cosi iniziamo a vedere che il modo in cui pensiamo, e le cose che facciamo, influenzano lo spazio intorno a noi, sia nel bene che nel male. Sarebbe una prospettiva limitata pensare che siamo delle creature isolate, che non hanno relazioni di interdipendenza, che non sono condizionate o influenzate da niente, che a loro volta non condizionano o influenzano niente. Questa sarebbe una visione totalmente alienante. Possiamo invece vedere come le società in cui vivono maestri spirituali o persone di grande santità hanno una qualità che manca in paesi in cui non vi sia incoraggiamento o interesse nei confronti della vita spirituale. Molti di voi sono stati in India, e hanno potuto vedere che, nonostante l’enorme povertà e il gran numero di spettacoli tristi che si trovano davanti agli occhi, una cosa che impressiona sempre è come laggiù la vita spirituale sia tenuta in grande considerazione. Per questo l’India ha una sua particolare qualità. Nonostante la grande povertà e la corruzione, io personalmente preferirei vivere in India, piuttosto che in un paese dove le religioni fossero vietate, anche se fosse un paese ben organizzato, pulito ed efficiente. Io penso che ciò che si apprezza veramente è ciò che eleva la spirito, ciò che favorisce l’inclinazione verso il campo spirituale. Così, elevandosi oltre la dimensione istintuale della pura sopravvivenza, si può trovare un forte anelito verso una dimensione superiore. Così possiamo raggiungere la luce, o il sole, simboli dell’illuminazione, e uscire dall’oscurità informe, dal terrore senza nome, elevarci dall’inferno al paradiso, aspirando a superare il male e a dirigersi verso il bene. Così decidiamo di sviluppare una vita virtuosa. Così eleviamo lo spirito.

Nell’Ovada Patimokkha il Buddha dice “Fà il bene, astieniti dal fare il male, purifica la mente”. Fare il bene è la prima cosa, non è forse ciò che eleva? Nelle nostre vite, c’è la parte attiva: la retta parola, la retta azione e il retto modo di vita. Perfezionare questi tre aspetti, la parte etica del cammino, consente sempre un’elevazione spirituale. Non si cade in basso verso il bene, ci si innalza verso il bene. Dall’altro lato c’è invece l’inerzia, il non voler essere disturbati, lo scetticismo, il cinismo, la pigrizia, il dubbio e la disperazione, e tutto questo ci spinge verso il basso. E la via d’uscita non è rifiutare questi sentimenti, che spingono verso il basso, o semplicemente lottare contro di essi, ma piuttosto comprendere il processo che consente di elevarsi spiritualmente.

Ora, se contemplate l’immagine del Buddha che è nel monastero, vedrete che essa è effettivamente un simbolo dell’elevazione. E’ l’immagine di un essere umano che ha una posizione eretta, che tiene gli occhi aperti. I suoi occhi sono aperti ma non stanno fissando niente in particolare, non cercano niente, non stanno cercando qualcosa da guardare, però sono aperti. Così da usare l’energia che può essere generata nel corpo per tirarlo su, in una postura corretta. In Thailandia per dire “impazzire” si dice “pensare troppo”. E quando guardate a simboli dell’uomo moderno come “Il Pensatore” di Rodin, che siede con la testa tra le mani, con uno sguardo profondamente depresso, vedrete che quell’uomo sta pensando troppo.

Quando pensiamo troppo possiamo impazzire, possiamo deprimerci, oppure possiamo finire in un vortice senza controllo di pensieri, che ci butta giù. Possiamo anche sentirci euforici per un po’, ma finisce sempre che veniamo spinti in basso, perché questa è la vera natura del pensiero: se pensi troppo non puoi più fare niente, se vuoi fare davvero una cosa devi smettere di pensarci. “Dovrei lavare i piatti? O piuttosto non dovrei? Mi piace farlo? Sono veramente io a lavare i piatti? Sono solo gli uomini che dovrebbero lavare i piatti, oppure sono soltanto le donne, oppure dovrebbero essere sia gli uomini che le donne?”. E tutto mentre si rimane seduti… Mentre se ci prendiamo il compito, e cambiamo prospettiva, possiamo vedere la stessa cosa in un modo ben diverso: “Che onore poter lavare i piatti! Mi stanno facendo un grande onore chiedendomi di lavare i piatti!” Immergere le mani nell’acqua insaponata, avere le dita a contatto con porcellana fine: sono tutte sensazioni piacevoli, non è vero? Così se iniziamo a guardare al lato positivo, non ci deprimiamo di dover lavare i piatti o di dover passare la vita con le stesse vecchie e noiose reazioni, magari perché nostra madre ci costringeva a lavare i piatti. Sono queste cose che ci rimangono attaccate addosso, proprio queste piccole cose. Lo si può vedere anche con gli uomini, nel modo in cui reagiscono alle donne: “Nessuna donna deve dirmi cosa fare! Nessuna donna mi può comandare!”. E’ questo il tipo di reazioni maschili che si sviluppa nel ribellarsi alla propria madre. E le donne nei confronti degli uomini, non è forse la stessa cosa? Ribellandosi contro il proprio padre: “sciovinismo maschile, cercano solo di dominarci e di tiranneggiarci, grrr!” Tutto questo perché qualche volta le donne non riescono a superare la fase di ribellione nei confronti del padre. A volte ci portiamo dietro queste cose per tutta la vita, senza mai accorgerci di quello che facciamo. Nelle nostre riflessioni sul Dhamma cominciamo a liberare la nostra mente da queste reazioni, inadeguate e immature, nei confronti della vita. Troviamo in questo “risvegliarci” alla vita un senso di maturità, un desiderio di partecipare ad essa, di rispettare le persone che sono in una posizione di autorità, piuttosto che ribellarci o resistere a causa delle nostre abitudini immature. Quando siamo maturi, allora comprendiamo il Dhamma, possiamo vivere nel mondo in armonia, in un modo che sia di beneficio e di servizio per la società in cui viviamo.

Mi ricordo il mio primo anno di permanenza al Wat Pah Pong, a Ubon Ratchathani, in Thailandia, con Ajahn Chah. All’inizio il monastero mi piaceva, ma poi diventai molto più critico. Continuavo a resistere. Continuavo a tenere gli occhi aperti per vedere se fosse veramente un bel posto. Così quando la gente cercava di convincermi di come fosse un monastero meraviglioso, io rimanevo molto scettico. Molti spesso mi chiedevano: “Non ami Luong Por?”, e io pensavo “No, in effetti non provo nulla”. L’idea di provare dei sentimenti per Luong Por, in quel periodo, non mi sfiorava nemmeno. E tutti insistevano su come fosse davvero un monastero molto buono, e quando provavano a dirmi quanto una certa cosa fosse buona, la mia reazione era diffidente, e iniziavo subito a cercare qualcosa che non andasse. E’ una reazione immatura, non è vero? Potevo vedere che quando qualcuno cercava di convincermi di qualcosa o di convertirmi a qualche idea, la mia era un’attitudine ostinata, del tipo: “Non voglio farlo, non mi interessa se è la cosa migliore, non voglio credere in questa cosa, perché non voglio che tu abbia ragione”.

Anche se di monachesimo buddhista in realtà non sapevo molto, avevo comunque idee molto precise su quello che i monaci avrebbero dovuto fare. E così ero molto sicuro di quello che non approvavo. Ma poi, vivendo li nel monastero, ho iniziato a vedere come la mia fosse un’attitudine dogmatica e presuntuosa. Così ho iniziato a lasciar andare quest’atteggiamento, e ho capito che si era creato un forte sentimento di affetto nei confronti di Luong Por Chah! Questo affetto veniva da un sentimento di profondo rispetto e di profonda fiducia. Cosi vediamo che il cuore umano in se stesso è un cuore di calore e di amore, e può portare gioia e bellezza in ogni situazione. E quando il cuore è pieno di amore e di gioia, ciò produce effetti non solo sul proprio stato mentale di felicità, ma anche sulle persone che ci sono intorno e nel contesto sociale in cui viviamo. Quando per la prima volta andai a Ubon, pensavo che non sarei rimasto molto a lungo. Ma poi ho finito per rimanerci per quasi dieci anni. E ancora oggi penso a Ubon come a un posto dove mi piacerebbe andare a vivere. Non perché sia un posto bellissimo, perché in effetti non è particolarmente bello, ma perché ho iniziato veramente ad apprezzarlo e ad apprezzare ciò che lì ho ricevuto: il sostegno, l’insegnamento, e la possibilità di condurre una vita spirituale. Così so perfettamente che la mia mente guarda a Ubon Rathcathani come ad un posto santo.

Possiamo vederlo in Inghilterra, ora che anche qui ci sono persone che seguono la vita monastica. Non è più l’Inghilterra dell’epoca coloniale, vediamo un aspetto molto diverso, abbiamo avuto esperienza di qualcosa, in questo paese, che nella nostra mente si collega col vivere in Inghilterra. Siamo piacevolmente sorpresi dal fatto che si possa vivere la vita monastica, grazia al sostegno e alla tolleranza che ci viene riservata, e tutto ciò è di grande giovamento per lo spirito. Prima di venire in Gran Bretagna, avevo deciso che sarei venuto a vivere qui solo se avessi sentito di poter offrire a questo paese qualcosa di un qualche valore. Non mi muoveva certo l’idea di venire in Inghilterra a convertire la gente al buddhismo. Pensavo che l’idea stessa della conversione fosse sgradevole. Ma l’idea di venire in Inghilterra per cercare di offrire qualcosa di bello, un insegnamento che avrebbe potuto essere d’aiuto per qualcuno, era una cosa che sentivo di poter fare. E così nella mia mente è rimasto l’atteggiamento di stare in Inghilterra per dare un contributo di amorevolezza, piuttosto che stare qui per creare divisioni o problemi a questo paese, oppure per ricevere qualche vantaggio. Questo deve essere il modo di guardare alla vostra vita qui, a ciò che fate, come monaci e come monache, in questo paese. Un modo di guardare a questo non più come a qualcosa di eccentrico o di anacronistico. A prima vista può non essere evidente che stiamo portando in questo paese qualcosa di bello e prezioso, perché ciò che portiamo è diverso da ciò a cui le persone sono abituate. Molte persone hanno il timore che veniamo qui per peggiorare le cose e avvelenare il paese. Ma guardando il nostro modo di vivere, nel modo giusto, con una giusta prospettiva, allora l’immagine cambia decisamente: non siamo più gente strana, arrivata qui per creare problemi, ma siamo invece persone degne di rispetto, meritevoli di ricevere sostentamento attraverso le offerte.

Nella società in cui viviamo, iniziamo a vedere che la sola presenza di buoni monaci e di buone monache, e l’esempio che offrono, spinge molti a garantire il loro sostentamento attraverso le offerte. E questo è motivo di speranza e di ispirazione per tante persone, non necessariamente per diventare monaci o monache, ma per vivere in maniera più consapevole, per aspirare a qualcosa di più elevato che non semplicemente integrarsi con il sistema. Per me galleggiare semplicemente nel sistema è un reame infernale. E’ un’idea così deprimente, di usare le propria vita solo per tenersi a galla nel modo più semplice possibile. Non fare niente, non offrire niente, non aspirare a niente, solo cavarsela. Invece possiamo guardare alla vita spirituale, all’opportunità che abbiamo qui, ad Amaravati e a Chithurst, di elevazione spirituale.

Con la nostra contemplazione dell’Origine Dipendente noi stiamo con il mondo, viviamo nel mondo, piuttosto che credere che questo sia il mondo reale. Siamo consapevoli di ciò e lo comprendiamo per come è, senza rimanere delusi a causa dei condizionamenti percettivi e culturali. La mente vuota è una mente ricettiva, perché nella via della consapevolezza non c’è bisogno di nominare o di definire niente, se non per ragioni puramente convenzionali. Così appena cominciamo a realizzare la cessazione del mondo, possiamo iniziare a smetterla di creare freneticamente nuovi mondi, che poi cesseranno. Non cerchiamo di creare alcunché, perché siamo contenti e in pace per il modo in cui le cose sono. Ora contempliamo questo, e prendiamo coscienza dell’attenzione e della consapevolezza che ci sono prima del sorgere delle opinioni, dei punti di vista, dei desideri e delle paure. Se stiamo facendo così per la ragione sbagliata, per desiderio, paura e ignoranza, allora ovviamente riceveremo soltanto disperazione. Sentiamo che comunque falliremo, e che la meditazione produrrà molta sofferenza. Anche quando raggiungiamo stati elevati di consapevolezza, infatti, non possiamo aggrapparci ad essi. Più cerchiamo di trasformare il mondo circostante e renderlo più raffinato, più ci sentiremo frustrati per la sua inadeguatezza, per la corruzione, la brutalità e la mediocrità. Lo possiamo vedere con le persone particolarmente raffinate, quanto per loro la vita sia difficile. Se abbiamo standard elevati e gusti molto raffinati, allora finiremo per soffrire anche per lo stile delle tende alle pareti.

Invece la mente vuota ha spazio per tutto: per le tende alle pareti, per le raffinate sottigliezze della bellezza come per le cose grossolane e di cattivo gusto. La mente vuota abbraccia tutto. Così non c’è quel bisogno di correre a provare tutto, di prendere e controllare ogni cosa, di scegliere senza tregua, di manipolare continuamente la realtà. Prendere e scegliere, controllare e manipolare è un modo davvero convulso di vivere. Ma quando invece si apprezza la mente vuota, la cessazione del mondo, allora la mente è ricettiva alla totalità del mondo. Si comincia semplicemente a vedere, a vedere le cose e niente più. Ora la mente è come quella di un bambino. Mi ricordo, da bambino, dove sono cresciuto, quando me ne andavo a camminare in campagna per campi deserti, dove crescevano dei bellissimi lillà selvaggi, e mi ricordo che questi fiori primaverili mi facevano sempre una grande impressione. Cose così sono delle vere e proprie scoperte, quando si è bambini, e ancora non si hanno preconcetti e punti di vista rigidi sulle cose. E allora si sta con le cose, semplicemente, per quello che sono. Poi, crescendo, si comincia a dimenticare tutto questo. Adesso quante persone dicono: “Oh, un altro grigio e freddo inverno inglese pieno di nebbia. Vorrei essere a Tahiti. Vorrei poter andare da qualche parte dove ci sia tanto sole e tanti colori”. Queste sono reazioni condizionate. Vediamo un campo fangoso, la nebbia, il cielo grigio e la mente va: “Non mi piace, voglio vedere qualcosa di diverso, voglio vedere il sole e milioni di fiori primaverili e banane e noci di cocco, manghi e cieli azzurri”. E così, mentre gli occhi sono concentrati sul terreno fangoso, in realtà non lo stiamo più vedendo, c’è soltanto un rifiuto totale della situazione in cui ci troviamo. Così quando parliamo di meditazione, e la gente ci accusa di voler fuggire dalla realtà, possiamo rilanciare e dire: “Dov’è il mondo reale? Cos’è il mondo, cos’è reale?”. Perché quello che per molte persone è reale, non ha in sé nessuna realtà. E’ solo una percezione illusoria, basata sul pregiudizio, sulle proprie preferenze e sulla memoria del passato.

Questo tipo di mente è una mente condizionata a reagire in termini di disperazione e di depressione. Il mondo cui si è attaccati e in cui si crede non è mai soddisfacente, non se ne è mai contenti. In esso c’è sempre qualcosa di sbagliato, c’è sempre qualcosa che non va. Nella vita spirituale, invece, comprendiamo che qualsiasi cosa succeda, è solo il modo in cui le cose vanno avanti e si trasformano. Impareremo da questo, cresceremo e ci apriremo a questo. E così anche le difficoltà che sorgeranno, e la situazioni spiacevoli in cui ci troveremo. saranno parte di ciò, del modo in cui le cose sono. A volte è tutto molto luminoso e pieno di pace, a volte è tutto buio e confuso. Ma se iniziamo a contemplare ciò che chiamiamo “confuso” o ciò che chiamiamo “luminoso” o “beato”, e cosi via, solo per quello che è, solo per come le cose sono, allora non c’è niente di cui deprimersi e niente di cui esaltarsi. La “luminosa beatitudine” è così, ma non è il “me” e non è il “mio”, ed è impermanente. Il terreno fangoso o il cielo azzurro, il calore del sole o il freddo vento del nord: qualsiasi cosa, sta tutto nella mente. C’è spazio per tutto. E non c’è motivo per aver paura.

Esperienze di Meditazione

Ciao, a tutti

Volevo condividere con voi alcune esprienze di Meditazione.
Sapete nel campo della meditazione si progredice un passo alla volta.

Di tutte le esperienze di meditazone che ho fatto, ho trovato la meditazione di Italo più adatta a me.
Ora la domanda è la seguente, Come ho fatto a capire che quel tipo di meditazione mi dava benefici?
Cominciate col liberavi da tutti i pensieri che avete su un tipo di meditazione…perchè la mente non da una risposta adeguata.
Io ho fatto così, quando nella vita mi si è presentato un problema ho reagito, con mio enorme stupore, in maniera totalmente diversa da prima, in maniera più costruttiva più benevola e più saggia….Ricordo ancora quel momento la mia mente non era per niente identificata con il problema ed ho risolto la cosa in maniera semplice ed immediata….era il risultato della meditazione.

Liberatevi da tutte le opinioni e giudizi che date ad un problema , non appartengono a voi, sono semplicemente il condizionamento di anni passati o di esperienze passate.
La cosa non è in realtà cosi semplice serve un po di esercizio e questa è la meditazione, io la chiamerei esercizio per una mente indiscilplinata…
Ora io ho tantissima strada da fare , e mi rendo conto di essere all’inizio di un percorso che ora so di percorrere con fiducia e amore…..e questo non è una piccola scoperta…..

Spero che queste mie esperienze possano essere di beneficio a tutti….

Ciao, Emiliano

Sebbene le sacre scritture siano infinite come l’estensione del cielo, in definitiva il loro senso è l’indicazione della consapevolezza esprimibile in tre parole. L’introduzione diretta all’intento dei vittoriosi è proprio questo insegnamento esposto senza segreti”

Cosi ha scritto Padmasambhava nel suo libro “Consapevolezza- Rigpa”.

Un testo di pochissime pagine (78, di cui più della metà dedicate alla spiegazione del testo) che consiglio la lettura a tutti.

La via che conduce all’illuminazione, passa solo attraverso la consapevolezza del momento presente.

Numerosi maestri hanno indicato questa via per schiudere le porte verso il cammino alla “terra pura”, Thich Nhat Hanh , Osho,Krishnamurti e moltissimi altri.

Nei loro scritti e nelle loro conferenze pubbliche, il messaggio era chiaro, la via della consapevolezza è l’unica via che conduce all’illuminazione.

La meditazione intesa in occidente è solo un inganno per portare alla luce la nostra vera natura ed addestrarci alla vera meditazione, che è cosi semplice che la nostra mente si rifiuta di accettarla.

In un trattato sulla meditazione, Osho diceva che lui doveva trarci in inganno per liberarci dalla gabbia nella quale viviamo. Una casa sta andando a fuoco, all’interno vi sono tre bambini intrappolati, il padre urla all’esterno della casa che ci sono dei giocattoli nuovi, cosi i tre bambini si precipitano fuori in contro al padre.

Questo è il vero significato, si usano stratagemmi per portare fuori i bambini dalla casa anche se si sa che sono solamente delle bugie, ma hanno ottenuto il loro scopo.

La nostra mente non accetta di rimanere nel momento presente ci crea continuamente delle immagini, o nostre proiezioni che ci fanno nascere la paura.

La paura è alla base di tutte le nostre meditazioni. Dobbiamo imparare ad abbandonarle e a sostituirle, con la gioia di fare ciò che stiamo facendo, senza barriere od ostacoli.

Solo cosi nasce spontaneamente l liberazione.

E’ molto importante avere fiducia in noi stessi, e nelle nostre risorse, e non sprecare la nostra energia in inutili pensieri , che non fanno altro che ridurla, e spezzettarla in tantissime parti, rendendola molto meno potente e focalizzata.

Come dice Italo, non bisogna stare seduti per meditare, ma bisogna sedersi per imparare a meditare.

Ciao a tutti,

Volevo indicarvi un testo molto antico  in grado di modificare la mente……Non limitiamoci a leggerlo,mettiamolo in pratica…..sembra molto difficile da fare…. proviamoci….e il mondo sarà migliore.

 

 

Le otto strofe della Trasformazione del Pensiero

1. Poichè sono determinato a ottenere

il massimo benessere per tutti gli esseri,

che sono superiori alla gemma

che esaudisce i desideri

avrò costantemente cura di loro che di me stesso.

2. Quando sono in compagnia di altre persone,

considererò me stesso come il meno importante,

e nel profondo del cuore mi prenderò cura di loro,

come se fossero gli esseri più elevati.

3. Esaminando con attenzione la mia mente,

in tutte le azioni che compio

affronterò ed eliminerò al suo primo apparire

ogni difetto mentale,

prima che possa nuocere a me stesso e agli altri.

4. Quando devo affrontare un essere malvagio

preda di intense sofferenze e gravi mancanze,

mi terrò caro un simile individuo, così raro a trovarsi,

come se avessi scoperto un prezioso tesoro.

5. Quando altri, dominati dalla gelosia,

mi maltrattano, mi insultano e così via,

accetterò le loro dure parole

e offrirò loro la vittoria.

6. Quando qualcuno che ho aiutato

e in cui ho riposto grandi speranze

mi infligge un danno estremamente grave,

considererò costui il mio supremo maestro spirituale.

7. In breve, offrirò i benefici e la felicità

a tutte le madri esseri senzienti,

sia in questa vita sia nelle future,

e in segreto prenderò su di me

ogni male e ogni sofferenze delle mie madri.

8. Inoltre, non avendo contaminato tutto ciò

con le inpurità degli otto sentimenti (mondani),

e percependo ogni fenomeno come illusorio,

privo di attaccamenti mi libererò

dalla schiavitù (dell’esistenza condizionata).

Testo tratto da ‘

 

 

 

 

Cambiare la mente, consigli di un maestro spirituale

’, di Ghesce Rabten e

IL cuore dell’insegnamento di Krishnamurti è contenuto in una frase rilasciata nel 1929 in cui ha detto:
“la verità è una terra senza sentiero”.
L’ uomo non può arrivare ad essa con alcuna organizzazione, con alcuna dottrina religiosa, con alcun dogma, preghiera o rituale, non con alcuna conoscenza filosofica o tecnica psicologica. Deve trovarlo tramite lo specchio del rapporto, con la comprensione del contenuto della sua propria mente, con l’osservazione e non con l’analisi intellettuale o le dissezioni introspettive.
Non vi è percorso alla verità, essa deve venire a voi. La verità può venire a voi soltanto quando le vostre menti e i vostri cuori sono semplici, liberi e vi è amore; non se il vostro cuore è occupato dalle cose della mente. Quando c’è amore nel vostro cuore, non parlate dell’organizzazione per la fratellanza, non parlate della credenza, non parlate della divisione o delle potenze che creano la divisione, non dovete cercare la riconciliazione. Allora siete semplicemente un essere umano senza un’etichetta, senza un paese. Ciò significa che dovete mettervi a nudo di ogni cosa e permettere che la verità possa manifestarsi; e può venire soltanto quando la mente è vuota, quando la mente cessa di creare. Allora verrà senza il vostro invito. Allora verrà rapidamente come il vento. Viene inaspettatamente, non quando state aspettando, desiderando. E’ accecante come la luce solare, pura come la notte; ma per riceverla, il cuore deve essere pieno e la mente vuota. Voi, ora, avete la mente piena e il vostro cuore vuoto.

Meditatori, sia l’uomo ignorante che l’uomo saggio che percorre il sentiero percepiscono sensazioni piacevoli, spiacevoli e neutre. Ma qual’è la differenza tra i due, ciò che li caratterizza?

Facciamo l’esempio di una persona che, trafitta da una freccia, ne riceva una seconda, sentendo quindi il dolore di entrambe le ferite. Ecco, la stessa cosa accade quando un ignorante, che non conosce l’insegnamento, viene a contatto con una sensazione spiacevole e - come reazione - si preoccupa, si agita, piange, grida, si batte sul petto, perde il senso della realtà. Quindi egli fa esperienza di due dolori: quello fisico e quello mentale.

Gravato dalla sensazione spiacevole, reagisce con avversione e, con questo atteggiamento, inizia a creare in sè un condizionamento di avversione.
Infatti, quando prova queste sensazioni negative, egli cerca il diletto in qualche sensazione piacevole, perchè - da persona ignorante quale è - non sa rispondere correttamente ad una sensazione spiacevole se non cercando riparo nel piacere dei sensi. E quando comincia a godere di un piacere, allora comincia ad instaurarsi in lui un condizionamento al desiderio, alla bramosia.
Egli è completamente inconsapevole di come vadano le cose, non sa cioè che le sensazioni sono impermanenti, non sa quale sia l’origine della bramosia verso di esse, non conosce il pericolo che rappresentano, e non sa quale sia la via per non esserne schiavi.
Questa sua incapacità crea dentro questo tipo di uomo un condizionamento di ignoranza. Provando sensazioni piacevoli, spiacevoli o neutre, l’ignorante, rimanendone condizionato, lontano dalla verità, è soggetto alla nascita, alla morte, alla vecchiaia, ai turbamenti, alle sofferenze, alle negatività. L’ignorante è così destinato all’infelicità.
Invece l’uomo saggio, che percorre la via della verità, quando prova una sensazione spiacevole, non si preoccupa, non si agita, non piange, non urla, non si batte il petto, non perde il senso della realtà.
È come chi venga trafitto da una sola freccia e non da due, percependo solo un tipo di sensazione spiacevole, quella fisica e non quella mentale. Colpito così da questa sensazione, non reagisce con avversione, e così non si forma in lui un condizionamento all’avversione.

Inoltre non cerca rifugio in una sensazione piacevole per sfuggire quella spiacevole che sta vivendo. Egli sa, da persona saggia che è sulla via della verità, come ripararsi dalla sensazione sgradevole senza cadere nel piacere dei sensi. Così evita di creare un condizionamento di bramosia e desiderio. Egli comprende la realtà così come essa è effettivamente, del perenne sorgere e passare delle sensazioni, di quale sia l’origine della bramosia verso esse, del pericolo che essa costituisce e del modo di uscirne. Avendo dunque la perfetta e completa comprensione della realtà, egli non permette che si formino in lui questi condizionamenti di ignoranza.
Quindi il meditante impara a rimanere equanime e distaccato qualora si manifestino sensazioni piacevoli, spiacevoli e neutre. Così facendo, chi cammina sulla via del retto insegnamento, rimane distaccato anche dalla nascita, dalla vecchiaia, dalla morte, dai turbamenti, dalle sofferenze e dalle negatività. Egli è equanime davanti a tutte le sofferenze. Questa è la differenza tra il saggio e l’ignorante.
L’uomo saggio, concretamente addestrato nella pratica del retto insegnamento, rimane equanime di fronte alle sensazioni gradevoli e sgradevoli che sorgono nella sua persona”.

Discorso del Buddha

Così ho udito: Una volta il Signore Buddha si trovava nel paese dei Kuru, in una città dei Kuru chiamata Kammassadhamma. Mentre si trovava là, si rivolse ai monaci appellandoli: “O monaci”. “Si, o Signore” risposero i monaci ponendosi attenti. E il Signore Buddha disse: “Vi è una sola Via o monaci per purificare gli esseri, per vincere le inquietudini, e le sofferenze, per eliminare i dolori e le miserie, per entrare nel giusto Cammino e realizzare il Nibbana e questa Via consiste nelle quattro applicazioni dell’attenzione. Quali quattro?

Un monaco si applica alla contemplazione del corpo come corpo, con ardore, chiaramente consapevole e attento, così da controllare le bramosie e gli inganni causati dai sensi; …omissis: la stessa formula, oltre che per la contemplazione del corpo come corpo viene ripetuta per le sensazioni, la mente, le formazioni mentali.

E come può un monaco applicarsi a contemplare il corpo come corpo? Esso dopo essersi ritirato in una foresta, oppure ai piedi di un albero o anche in un luogo isolato, si siede con le gambe incrociate, con la schiena eretta, ponendo la sua attenzione di fronte a sé. Attento egli inspira e attento egli espira. Se sta facendo una inspirazione lunga è consapevole: “Sto facendo una inspirazione lunga”; oppure se sta facendo una espirazione lunga è consapevole: “Sto facendo una espirazione lunga”; idem per inspirazione ed espirazione corta. Egli si allena così pensando: “Inspirerò esperimentando ogni parte del corpo (del respiro)”; oppure si allena pensando: “Espirerò esperimentando ogni parte del corpo (del respiro)”. O anche si allena pensando: “Inspirerò tranquillizzando le attività del corpo (del respiro)”; oppure si allena pensando: “Espirerò tranquillizzando le attività del corpo (del respiro)”.

O monaci, così come un abile tornitore o un apprendista tornitore quando fa una passata lunga pensa: “Sto facendo una passata lunga” o quando fa una passata corta pensa: “Ora sto facendo una passata corta”, nella stessa maniera un monaco che sta inspirando o espirando un respiro lungo o corto è consapevole di inspirare o espirare un respiro lungo o corto e si allena sperimentando inspirazione e espirazione lunga o corta su tutte le parti del corpo (del respiro) tranquillizzando in tal modo le sue attività corporali.

Così un monaco si applica alla contemplazione del corpo come corpo sia dall’ interno che dall’ esterno, oppure contemplandolo alternativamente dall’ interno e dall’ esterno. O anche dimora contemplando nel corpo il sorgere delle cose e il dissolversi delle cose. Oppure anche pensando: “Questo è il corpo”, egli fissa l’ attenzione appena il tempo necessario per una chiara comprensione e una appropriata attenzione di questo, ma resta indipendente e senza attaccamento verso alcuna cosa del mondo. E’ così anche o monaci che un monaco si applica alla contemplazione del corpo come corpo.

E ancora o monaci, un monaco quando cammina è consapevole “Sto camminando”; oppure quando è in piedi fermo, è consapevole: “Sto in piedi fermo”; quando è seduto, è consapevole “Sto seduto”; oppure quando è sdraiato, è consapevole: “Sto sdraiato”. Così, in qualunque posizione sia il suo corpo, egli ne è consapevole. In tal modo si applica contemplando il suo corpo sia dall’ interno che dall’ esterno, contemplando il sorgere e il dissolversi delle cose nel corpo oppure anche pensando: “Questo è il corpo” fissa la sua attenzione appena il tempo necessario per una chiara comprensione ed una appropriata attenzione di questo senza però attaccarsi ad alcunché del corpo. Ed è così anche che un monaco contempla il corpo come corpo.

… omissis: segue la descrizione del corpo come involucro, della sua caducità; seguono, con lo stesso metodo appena descritto per la contemplazione del corpo come corpo, quella delle sensazioni come sensazioni, della mente come mente, delle formazioni mentali come formazioni mentali.

Chiunque, o monaci, svilupperà queste quattro applicazioni dell’attenzione per sette anni, ne avrà come risultato o il raggiungimento della perfetta conoscenza qui ed ora oppure restando alcun residuo (karmico), uno stato futuro senza ritorno in questo mondo. Ma non occorrono sette anni. Chiunque, o monaci, svilupperà queste quattro applicazioni dell’ attenzione per sei anni, cinque anni, quattro anni, tre anni, due anni, un solo anno, otterrà sempre uno di questi due frutti: o la perfetta saggezza qui e ora oppure, restando un residuo (karmico), uno stato senza ritorno in questo mondo. Ma o monaci, neppure un anno è necessario. Chiunque svilupperà queste quattro applicazioni dell’attenzione per sette mesi, sei mesi, cinque mesi, quattro mesi, tre mesi, due mesi, un solo mese o anche mezzo mese o sette giorni soltanto avrà come risultato uno dei due frutti: o la perfetta saggezza qui e ora oppure, restando un residuo karmico, la condizione di un essere che non tornerà più in questo mondo. Quanto detto chiarisce la mia dichiarazione: “Vi è una sola via o monaci per la purificazione degli esseri, per vincere la sofferenza e l’ insoddisfazione, per eliminare il dolore e le miserie, per guadagnare il giusto Cammino, per realizzare il Nibbana, ed è quella delle quattro applicazioni dell’ attenzione”.

Così parlò il Signore Buddha. Contenti i monaci si rallegrarono per quanto il Signore Buddha aveva detto.

L’amore è sempre nuovo



L’Amore è sempre nuovo. Non importa che amiamo una, due, dieci volte nella vita:

ci troviamo sempre davanti a una situazione che non conosciamo.

‘Amore
 può condurci all’inferno o in paradiso,
comunque ci porta sempre in qualche luogo.
E’ necessario accettarlo,
perché esso è ciò che alimenta la nostra esistenza.
Se non lo accettiamo, moriremo di fame
pur vedendo i rami dell’albero della vita carichi di frutti:
non avremo il coraggio di tendere la mano e di coglierli.
E’ necessario ricercare l’amore là dove si trova,
anche se ciò potrebbe significare ore, giorni,
settimane di delusione e di tristezza.
Perché, nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore,
anche l’amore muove per venirci incontro, e ci salva…

Paulho Coelho, Sulla Sponda del Fiume Piedra

Ciao a tutti,

ecco un interessantissimo Articolo sulla natura del Buddha e delle ssue qualità tratto da Guru Rimpoche Blog

Buona lettura a tutti……

IL BUDDHA È SEMPRE CON NOI
Il Buddha disse: “Sono sempre alla presenza di coloro che hanno fede”.
Dilgo Khyentse Rinpoche

IL BUDDHA ERA UN ESSERE UMANO ORDINARIO
Il Buddhismo è stato fondato dal Buddha circa 2.500 anni fa. Ciò che sappiamo del Buddha, è che egli affermava di aver fatto esperienza della realtà delle cose così come sono, e di aver realizzato una profonda conoscenza della natura della condizione umana. Egli non affermava di essere l’incarnazione di un essere più elevato, né di essere un qualche tipo di messaggero. Né disse mai di essere un intermediario fra una qualche realtà più elevata e gli esseri umani. Egli descriveva se stesso come un essere umano ordinario applicatosi alla pratica della meditazione; grazie a questa era riuscito a purificare la sua mente, in modo da far sorgere in lui la conoscenza delle cose così come sono. Il Buddha disse anche che queste qualità e capacità possono essere sviluppate da chiunque.
Traleg Kyabgon Rinpoche

IL BUDDHA ERA UN GRANDE RIVOLUZIONARIO
Gautama scoprì che, quando si tratta di imparare qualcosa, occorre avere un’esperienza diretta, di prima mano - piuttosto che affidarsi ai libri o agli insegnanti o al seguire pedissequamente degli schemi prestabiliti. Questa fu la sua scoperta e, in questo senso, il Buddha fu un grande rivoluzionario nel suo modo di pensare. Egli arrivò perfino a negare l’esistenza di Brahma, o Dio, il creatore del mondo; decise di non accettare nulla che non avesse personalmente sperimentato.
Chögyam Trungpa Rinpoche

LA SCOPERTA DEL BUDDHA
Il Buddha trovò che non esisteva nulla di simile a un “io”, un sé. Forse si potrebbe aggiungere che non esiste nulla di simile a un “sono”, come in “io sono”. Egli scoprì che tutti questi concetti, idee, speranze, paure, emozioni e conclusioni sono creati dal pensiero speculativo - e da ciò che abbiamo assorbito psicologicamente dai nostri genitori, esperienze infantili e così via. La nostra tendenza è quella di affastellare tutto ciò e a ritenerlo vero.
Chögyam Trungpa Rinpoche

L’UNICO SCOPO DEL BUDDHA
L’unico scopo del Buddha, la ragione per cui offriva i suoi insegnamenti, è di aiutarci a realizzare la nostra natura, l’unione di vacuità ed esperienza cognitiva; di addestrarci in questa e di ottenere stabilità.
Tulku Urgyen Rinpoche

IL METODO DEL BUDDHA: LA MEDITAZIONE
Il metodo scoperto dal Buddha è quello della meditazione. Egli si rese conto che sforzarsi per trovare le risposte non funzionava; soltanto quando i suoi sforzi s’interrompevano le intuizioni e la saggezza venivano a lui. Così iniziò a realizzare che esisteva in lui una qualità risvegliata, completamente sana, che si manifestava soltanto in assenza di sforzo. Dunque la pratica della meditazione ha a che fare con il “lasciar andare”, “lasciar essere”.
Chögyam Trungpa Rinpoche

IL BUDDHA NON INTENDEVA CREARE UN NUOVO “ISMO”
Il Buddha non intendeva creare un nuovo “ismo”. L’intenzione di creare un nuovo sistema, una nuova fede o una nuova filosofia sarebbe in contraddizione con la scoperta della verità assoluta, che è il punto focale e lo scopo di tutto il Buddhismo. Il fine della meditazione buddhista è la realizzazione della verità assoluta, che permette di rimuovere ogni traccia di ignoranza, in modo che la gentilezza amorevole, la saggezza e la natura umana genuine possano essere scoperte e realizzate.
Venerabile Khandro Rinpoche

CHI È IL BUDDHA? I SUOI TRE CORPI
A livello Dharmakaya la sua mente è l’immensa estensione dell’onniscienza, che conosce tutte l cose esattamente come sono. A livello Sambhogakaya, che trascende la nascita e la morte, egli gira ininterrottamente la Ruota del Dharma. A livello Nirmanakaya egli ha raggiunto la piena illuminazione vicino all’Albero della Bodhi a Vajra Asana, in India. Dopodiché ha girato la ruota del Dharma tre volte per il beneficio degli esseri senzienti.
Dilgo Khyentse Rinpoche

IL BUDDHA È AL DI LÀ DI ETERNALISMO E NICHILISMO
Il Buddha è al di là dell’eternalismo: non dimora nei cinque elementi.
Il Buddha è al di là del nichilismo: non è mai separato dai cinque elementi.
Ma per gli esseri senzienti è molto difficile riuscire a capire questo, noi solitamente ci affidiamo all’eternalismo o al nichilismo - con la conseguenza che soffriamo e ci puniamo nel circolo vizioso di morte e rinascita.
Thinley Norbu Rinpoche

I TRE STATI DI BUDDHA SONO LA NOSTRA MENTE PRIMORDIALE
La mente è primordialmente vuota. È saggezza primordiale, la cui essenza è vuota, la cui natura è esperienza cognitiva, la cui espressione è energia compassionevole. Questa saggezza primordiale (tib. yeshe) non è un vuoto assoluto, poiché è caratterizzata dall’esperienza cognitiva: è capacità di conoscere. Quando parliamo di ciò che è reale, di ciò che è primordiale, è a questa saggezza che ci riferiamo. La saggezza primordiale la cui essenza è vuota è il Dharmakaya di tutti i Buddha. La saggezza primordiale la cui natura è esperienza cognitiva è il Sambhogakaya di tutti i Buddha. La saggezza primordiale è anche energia compassionevole, quanto alla sua espressione. L’espressione, innata, in cui la vacuità e l’esperienza cognitiva sono inseparabilmente presenti è chiamata Nirmanakaya di tutti i Buddha. Questi tre Kaya costituiscono un’unità indivisibile, lo Svabhavikakaya, che è la nostra mente. Questa realtà primordiale presente in noi, contrapposta alla realtà apparente, è esattamente ciò che chiamiamo Natura di Buddha.
Tulku Urgyen Rinpoche

I TRE GIRI DELLA RUOTA DEL DHARMA
Negli originari insegnamenti Hinayana - definiti il primo giro della Ruota del Dharma - il Buddha negò l’esistenza di un sé permanente, dotato di sostanza, ma non si dilungò in spiegazioni relative alla vacuità. Nel secondo giro della Ruota del Dharma vennero invece introdotti gli insegnamenti sulla vacuità dei fenomeni. Qui viene spiegata sia l’insostanzialità (o vacuità) del sé che la vacuità dei fenomeni esterni. Infine, nel terzo giro della Ruota del Dharma venne introdotta l’idea del Tathagatagarbha, o Natura di Buddha, che resta per sempre non-contaminata dalle emozioni conflittuali e dalla confusione concettuale della mente.
Traleg Kyabgon Rinpoche

I TRE SUCCESSIVI STADI DELL’INSEGNAMENTO
Nel primo dei tre successivi stadi dell’insegnamento, chiamato “il primo giro della Ruota del Dharma”, il Buddha insegnò le Quattro Nobili Verità: la verità della sofferenza, delle sue cause, della sua cessazione e del sentiero per realizzare quest’ultima. Nel Secondo Giro, insegnò che la vera natura di tutti i fenomeni è vuota, priva di segni, libera da aspirazioni: la base è vacuità, il sentiero è privo di segni, la meta è al di là dell’aspirazione. Nel Terzo Giro della Ruota, parlò delle complete, infallibili, radiose qualità della natura della mente, del sorgere della luce della saggezza primordiale.
Chagdud Tulku Rinpoche

LO SCOPO DEI TRE GIRI
Il Buddha insegnò tre distinti approcci in tre diversi periodi della sua attività di Insegnante. Questi approcci sono conosciuti come “i Tre Giri della Ruota del Dharma”, ma possono essere efficacemente riassunti in un unico slogan: “C’è una mente; non c’è mente; la mente è luminosità”.
La prima parte, “C’è una mente”, si riferisce alla prima serie di insegnamenti e indica che il Buddha spiegò che una mente “esiste”. Questo insegnamento aveva la funzione di invalidare il punto di vista nichilista secondo cui non esiste il bene, non esiste il male, non esiste il karma, non esistono causa ed effetto delle azioni, non esiste nulla. In seguito, quando il Buddha disse “Non c’è mente”, intendeva dire che la mente è solo un concetto e non esiste “una mente” realmente, oggettivamente esistente di per sé. Infine, quando disse “La mente è luminosità”, fece riferimento alla Natura di Buddha, la saggezza priva di illusioni primordialmente esistente.
Il grande commentatore Nagarjuna disse che lo scopo del Primo Giro era quello di contrastare la non virtù, le azioni nocive. Da dove proviene la non virtù? Deriva dall’abbracciare un punto di vista nichilista o eternalista. Quindi per contrastare le azioni, la parola e i pensieri nocivi, il Buddha divulgò questo primo insegnamento. Il Secondo Giro della Ruota del Dharma, in cui il Buddha parlò della vacuità, venne presentato per contrastare l’attaccamento a un sé (io) intrinsecamente esistente e a fenomeni intrinsecamente esistenti. Infine, gli insegnamenti del Terzo Giro vennero divulgati per invalidare qualsiasi punto di vista precostituito, perfino il punto di vista dell’assenza di un sé. Le tre serie di insegnamenti impartiti dal Buddha non avevano la funzione di introdurre “nuovi concetti”; il loro scopo era semplicemente quello di disperdere (diversi tipi di) confusione.
Dzongsar Khyentse Rinpoche

PERCHÉ I BUDDHA CI AIUTANO?
Lo spazio, in cui tutto l’universo appare, non ha alcun bisogno di mostrarsi (in qualsiasi modo) a ciò che accade al suo interno. Allo stesso modo, i Buddha nella loro natura illuminata non hanno alcun bisogno di manifestarsi, in qualsiasi modo. Tuttavia - a causa delle potenti connessioni create dalle aspirazioni che essi stessi hanno formulato prima di raggiungere l’illuminazione, e dalle preghiere che gli esseri viventi formulano per ricevere le loro benedizioni - i Buddha si manifestano spontaneamente in un’infinità di modi per aiutare gli esseri viventi secondo le loro esigenze e inclinazioni.
Dilgo Khyentse Rinpoche

L’EREDITÀ DEL BUDDHA IN TIBET
Quando gli insegnamenti del Buddha si diffusero in Tibet, i diversi lignaggi ricevettero un certo nome secondo le circostanze della loro trasmissione. La prima fu la Scuola Antica (Nyingma in tibetano). I successivi sette lignaggi vennero chiamati le Scuole Nuove (Sarma in tibetano). Collettivamente, queste diverse scuole di insegnamenti sono conosciute come gli “Otto Veicoli del Lignaggio della Pratica”. I loro nomi sono Nyingma, Kadam, Sakya, Karma Kagyu, Shangpa Kagyu, Shi-je e Chöd, Jordruk e Nyendrub. Al giorno d’oggi sono tutte incluse nelle quattro scuole del Buddhismo tibetano, le rinomate Nyingma, Kagyu, Gelug e Sakya.
Tulku Urgyen Rinpoche

Da: “In the Presence of Masters”, di Reginald A. Ray - Shambhala Publications 2004

Scelto e tradotto da Italo Cillo, Chönyi Dorje.

Pensiero Positivo

Se pensi a un disastro, lo otterrai. Rimugina pensieri di morte e affretterai la tua dipartita. Pensa positivamente e imperiosamente, con fiducia e fede e la tua vita diventerà più sicura, più piena d’azione, più ricca di successo e d’esperienza”.

Swami Vivekananda

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